Before you begin… Questa storia è un prodotto della mia fantasia. Non ne conosco i protagonisti e niente di quanto raccontato è mai davvero successo – si spera anche non succeda mai, visto che si ambienta fra questo e l’anno prossimo. Non ci guadagno niente. I Tokio Hotel nemmeno. Bushido meno che mai XD Buona lettura!
CRASH AND BURN
love is the light scaring darkness away
3. COMFORTABLY NUMB
Sono venuto.
L’acqua della vasca, perfettamente immobile ed ormai quasi fredda attorno al suo corpo, gli rimandò un riflesso disfatto e distorto di una faccia che un tempo gli piaceva.
Sono venuto
Senza trucco, lui era Tom.
Non lo era davvero, forse, ma gli assomigliava parecchio.
Inizialmente aveva pensato che, guardandosi allo specchio e fissando Tom, quella
strana sensazione che gli confondeva il cervello sarebbe sfumata. Gli sarebbe
sembrata lontana, non più sua. Non l’avrebbe più sentita.
Sono venuto.
Era ancora lì.
- Bill?
La voce di suo fratello lo accarezzò piano oltre la porta. Bill raccolse le
ginocchia al petto e sospirò.
- Sto uscendo. – rispose in un sospiro.
- Sì, ma sei lì dentro da ore… - insistette Tom, battendo un paio di volte
contro la superficie in legno.
- Sto uscendo. – ripeté, cercando di suonare conciliante.
Sono venuto.
Si tirò in piedi, cercando di non bagnare la fasciatura ed impedire alle gambe di cedere e lasciarlo ricadere sul fondo della vasca. Ultimamente lo facevano spesso. Anzi, in realtà da quella notte non avevano mai smesso. Si sentiva incerto. Molle. Come se l’avessero disossato.
Sono venuto.
- Hai bisogno di una mano?
Sospirò pesantemente.
- È tutto okay. – disse atono, avvolgendosi nell’accappatoio e stringendo la
cintura in vita.
Quasi una settimana.
Il braccio non era più immobile.
Era ritornato a fare quasi tutto da solo – compreso sedersi.
E, quella notte, lui era venuto.
Fuori dal bagno, suo fratello lo aspettava con la solita espressione preoccupata e contrita. Riusciva a percepire il suo senso di colpa sottopelle. Lo pungeva come spilli sui nervi.
Tomi sta male. Tomi sta
male. Tomi sta male.
Io sono venuto.
Era fastidiosissimo.
Era fastidioso al punto che avrebbe voluto schiacciarlo contro un muro e
dirglielo. Non è colpa tua. Non è colpa tua. Non è colpa tua. Perciò
vaffanculo. Lasciami la mia colpa e tieni zitta la tua.
Lasciami la mia colpa.
Lasciamela confessare ad alta voce.
Lasciamelo dire.
- È questo pomeriggio, vero?
Bill annuì.
- Non ci voglio andare. – aggiunse piagnucoloso, cercando il suo collo ed un
abbraccio.
Tom sospirò e glielo concesse.
- Devi denunciarli. Devono trovarli. E io gli devo strappare il cuore.
Bill sorrise, appendendosi stancamente alla maglietta del fratello.
- Li uccideresti davvero per me?
Sorrise anche Tom.
- Uno per uno.
Ed io sono venuto.
- Senti, Tomi-
- Ti ho fatto le cialde. – un mezzo sorriso un po’ incerto, - Lo so che è
mezzogiorno, in teoria dovrei aver già preparato la pasta, ma ho pensato che ti
andasse qualcosa di dolce per caricarti un po’. Magari stasera andiamo a
mangiare la pizza. Ti porto fuori. Ti va?
- Oh. – annuì lentamente, - Sì, certo. Però me la tagli tu. – aggiunse con un
sorriso un po’ stupido, - A me il braccio fa ancora troppo male, per mettermi a
combattere con la crosta.
Tom ridacchiò e gli stampò un bacio su una guancia.
- Certo. – lo rassicurò, - Adesso però comincia a renderti presentabile. A me fa
piacere vederti girare mezzo nudo per casa, ma non so se lo stesso si possa dire
anche per gli altri.
Bill rise. Rise anche della pacca alla base della schiena, anche se ne avrebbe
preferita una sul sedere. Sarebbe stata bene sulla battuta.
Tom non lo toccava più lì, comunque.
Ho voglia di dirlo.
Ho voglia di dirlo e basta.
Georg irruppe in casa
strillando come una casalinga isterica.
- Juschtel, la prossima volta che mi viene in mente di chiederti di
accompagnarmi a fare la spesa, ricordami di mandarmi a fanculo da solo!
Gustav lo seguì silenziosamente, agitando da un lato all’altro i pacchetti che
portava e fissando il vuoto con la sua classica espressione volutamente
indifferente, quella con la quale, lo sapeva, non potevi fare a meno
d’incazzarti, perché percepivi dentro lo stomaco che stava pensando cose
orribili di te ma non te le diceva.
- Cercate di non essere i soliti bovini insensibili. – mugugnò Tom, facendogli
letteralmente schermo col proprio corpo, - C’è Bill qui.
- Capita a fagiolo! – continuò a strillare Georg, brandendo un sedano come
un’arma, - Bill, niente mousse alla banana. Secondo il Dottor Schäfer, qui,
c’erano troppi conservanti. E visto che era l’unica marca presente, allora-
- Stai dicendo troppe stronzate tutte insieme. – borbottò Gustav, passandogli
alle spalle per raggiungere la cucina e cominciare a svuotare i sacchetti, - Poi
si confonde.
Bill rise nervosamente, stringendosi nell’accappatoio.
- È okay. – biascicò, - Non era indispensabile.
Di fronte a quello, perfino Gustav rimase immobile. Il barattolo di concentrato
di pomodoro stretto fra le dita ed una mano a raschiare il fondo plastificato
del sacco. Georg col sedano lungo una coscia. Tom con un’espressione scioccata
sul volto.
Fino ad una settimana prima, qualsiasi fosse la mancanza nella lista della
spesa, Bill ti avrebbe tirato addosso un cuscino e ti avrebbe strillato nelle
orecchie fino a rimandarti al supermercato con lo spostamento d’aria.
Bill, quel Bill, però, ora
non c’era.
Bill, quello di adesso, era venuto.
E non aveva diritti.
- È okay, davvero. – ripeté mestamente, - Non c’era neanche bisogno che veniste fino a Berlino. Io sto bene. Vado a vestirmi.
*
David era passato a prenderlo
una mezz’ora dopo. Bill l’aveva accolto con un sorriso e David aveva risposto
con una reazione speculare. Falso il sorriso del primo, falso quello del
secondo. Bill stava male, e supponeva David lo sentisse. Bill stava male, e
David lo sentiva davvero.
David provava per Bill qualcosa che era il risultato di anni e anni di fiducia
voluta, cercata e imposta. Bill era fondamentale, per lui. Era stato una
scommessa, era stato una garanzia, era stato soprattutto un ragazzino un po’
fragile da tenere fra le dita, fortificare e preparare per il mondo.
Esserci riuscito, avere reso Bill ciò che era, era per certi versi un merito.
Per altri, una colpa insostenibile.
Bill lo sapeva. Bill era perfettamente consapevole di quanto tutti si sentissero
colpevoli, nei suoi confronti. Bill poteva solo ringraziare di essere riuscito a
piangere e strepitare abbastanza da convincere Tom a non dire nulla a papà e
mamma. Piangere e strepitare abbastanza da costringere al silenzio perfino
David.
Era l’unica cosa che poteva fare. Piangere e strepitare.
E parlare col cuscino, l’unico che potesse ascoltarlo senza fare domande.
Cuscino, lo sai che sono
venuto?
Loro non lo sanno. Meno sanno, meno ipotizzano.
Se non sanno niente, magari non penseranno mai…
…non mi vedranno mai per lo schifo che sono.
Uno schifo che viene.
A volte si sentiva veramente
felice, quando nessuno chiedeva. Era un po’ come se il dolore che provava lo
trincerasse, lo tenesse al sicuro dagli sguardi indiscreti. Chiunque lo
osservasse, vedeva solo quello: il dolore. Fisico, emotivo, psicologico, di
qualsiasi tipo, ma solo dolore. Una cosa governabile. Una cosa sopprimibile. Una
cosa che puoi ridurre al silenzio, in un modo o nell’altro – una carezza, una
parola gentile, un antidolorifico, il sonno.
Chi vedeva il dolore, al dolore si fermava. Non scavava. Non scendeva sotto. Non
grattava via la patina e non si accorgeva del resto: della vergogna;
dell’umiliazione; del disonore; della macchia intollerabile che gli tarava
l’esistenza. Una macchia rosso sangue su sfondo bianco panna. Che odorava di
polvere e sapeva d’asfalto. Collosa al tatto.
Morbida e sottile e insinuante come un orgasmo.
Il dolore stava zitto, quando
non poteva sentirlo. Il dolore era un buon compagno, un ottimo alleato contro la
curiosità. Ma la vergogna no, non andava via. Né con le carezze né con le
gentilezze né tantomeno con gli antidolorifici. Nemmeno col sonno, perché nei
sogni tornava. Più forte che mai, ammantata di paura, dissimulata fino
all’incomprensibile – rivedeva la violenza da ogni angolo, in ogni prospettiva,
cambiavano i soggetti; ogni tanto c’era Tom.
Per zittire la vergogna avrebbe dovuto ucciderla.
Per uccidere la vergogna, avrebbe dovuto uccidere prima se stesso.
E non aveva il coraggio di farlo, così come non aveva il coraggio di stringere i
pugni e superare la paura e dirlo e basta.
Sono venuto. Tomi, sono venuto. Io non ti merito. Io non merito niente.
- Vengo con te.
La voce di David lo riportò alla realtà nel modo più fastidioso possibile.
Tranciando una confessione silenziosa che non aveva ancora trovato il modo di
venire allo scoperto. Forse per questo continuava a ripeterselo incessantemente:
sono venuto sono venuto sono venuto. Se lo ripeteva perché, a parte il
cuscino, poteva dirlo solo a se stesso.
- Non c’è bisogno. – lo rassicurò, più freddamente di quanto non avrebbe voluto.
Per questo cercò di forzare un sorriso, e cercò di forzarne uno sincero, per
quanto azzardato potesse essere un tentativo simile. – Ce la faccio da solo. –
e non sopporterei i tuoi occhi addosso neanche per un altro minuto. – Mi
aspetti qua fuori?
David annuì lentamente e lo salutò stringendogli affettuosamente una spalla e
scuotendolo un po’. Un gesto molto tenero. Bill sorrise e fu sincero senza
nessuna fatica.
La stazione di polizia era pulita e luminosa, ma grigia da dare la nausea.
Stringendo con forza la borsa piena dei documenti e dei referti medici al
fianco, Bill si guardò intorno ed individuò una scrivania dietro alla quale una
poliziotta bionda compilava moduli dei quali non conosceva i contenuti.
- Scusi… - cominciò esitante, serrando le dita a pugno con una certa violenza, -
Sono qui per-
- Signor Kaulitz! – lo interruppe lei sollevandogli addosso uno sguardo stupito.
Bill si trattenne a stento dal lasciarsi andare ad una smorfia infastidita. – Il
commissario Brenner è un po’ in ritardo. – ammise con un certo imbarazzo, - Ma
arriverà a momenti. Può attendere di là. – concluse quindi, indicandogli un
piccolo corridoio puntellato qua e là di vecchie sedie in plastica nera.
Le sedie non erano tutte vuote.
Bill deglutì e trattenne il respiro.
Bushido non diede alcun segno di averlo notato.
- Grazie… - esalò appena, muovendosi verso quella sala d’aspetto improvvisata
cercando di fare il minor rumore possibile. Cercando di non spostare neanche
l’aria. Sperando di diventare invisibile, così che Bushido non dovesse vederlo
affatto.
Quando fu a qualche passo da lui, Bushido si allungò ad afferrare una sedia, e
se la trascinò vicina. Poi, batté lentamente una mano contro la plastica, e solo
allora sollevò lo sguardo su di lui e sorrise… quasi timidamente.
- Vedo che stai un po’ meglio. – commentò ruvido, annuendo a se stesso.
Bill sorrise.
- Ci provo. – confessò, sedendosi al suo fianco, - Non è così facile.
- Mi auguro che tu non te lo aspettassi nemmeno. – fu la secca risposta di
Bushido, il sorriso timido svanito del tutto dalle sue labbra.
Bill si strinse nelle spalle come a volerci scomparire in mezzo.
- Non so che mi aspettavo. – rispose con una certa durezza, - Non mi aspettavo
niente, credo. È solo schifoso.
Bushido sospirò ancora.
- Poi passa. – buttò lì senza il minimo sentimento.
Bill digrignò i denti.
- Grazie mille per la perla di saggezza. – ringhiò infastidito, - Esattamente
ciò di cui avevo bisogno. Adesso sì che sto alla grande.
- Okay, frena. – sospirò stancamente l’uomo, per l’ennesima volta in quei pochi
minuti, - Stiamo di nuovo partendo col piede sbagliato. – sorrise di nuovo con
quel misto di timidezza e tenerezza che Bill non era sicuro di saper decifrare
davvero. – Sembra che con te non riesca proprio ad ingranare la marcia.
Bill sorrise a propria volta.
- Questa metafora dell’automobilista è così stupida… - commentò arricciando il
naso, - Cioè… - precisò poi, impaurito dalla possibilità di essere frainteso, -
è carina, ma… sembra una cosa da bambini.
- Tu sei un bambino, in fondo. – rispose Bushido con una scrollatina di spalle,
- Perciò è giusto utilizzare metafore da bambini.
Bill si lasciò andare contro lo schienale della sedia, sospirando sconfitto.
- Io ero un bambino. – corresse atono.
- No. Lo sei ancora. – puntualizzò Bushido.
Ma i bambini non vengono.
Scrollò le spalle.
- Cos’è che ci faresti qui? – chiese con una punta di curiosità.
- Deposizione. – rispose tranquillamente Bushido, rilassandosi a propria volta
sulla sedia, - Vogliono sentire la mia versione.
- Tu non c’eri.
- Ti ho trovato.
- Non ti eri nemmeno accorto che fossi io!
Bushido lo dardeggiò con un’occhiata infastidita.
- Evidentemente, per la polizia è abbastanza da ritenermi coinvolto.
- …non per me. – ritorse Bill mordendosi un labbro.
Bushido rise.
- Sì, questo l’avevo intuito. – prese un tale respiro che Bill pensò si stesse
preparando ad urlare. E invece quello che venne fuori fu un asserto perfino
pacato. – Spero tu non stia facendo così anche con tuo fratello, altrimenti la
vedo dura. Almeno gliel’hai detto?
Tutto. Tranne la cosa più
importante.
Cioè che in qualche modo il mio corpo l’ha tradito. Sono venuto. Io l’ho
tradito.
- È… - deglutì senza
rispondere, - è possibile che… - scosse il capo, confuso. Provò a respirare, ci
provò davvero, ma finì per strozzarsi con un mezzo singhiozzo. – Finirà mai di
fare male?
Bushido gli lanciò una lunga occhiata meditativa e poi, semplicemente, lo attirò
a sé con un braccio.
- No. – rispose seccamente, il respiro a muovere appena i suoi capelli,
scivolando lungo la cute e la nuca in lunghi brividi piacevoli, - Ma è così che
impari ad essere forte.
Bill abbassò lo sguardo e si lasciò stringere. Sperò di diventarlo davvero,
prima o poi: forte abbastanza da non aver più bisogno del dolore per nascondere
tutto il resto. Forte abbastanza da non avercelo neanche, un resto da
nascondere.
- Potresti venire a casa mia, ogni tanto… - buttò lì in un invito scherzoso solo
a metà, - tanto sai già dove abito!
Bushido gli rispose mugugnando "giusto perché non sono coinvolto, eh...?" e
stringendo lievemente la presa contro la sua spalla. Ed aspettandolo all’uscita
con un’offerta di accompagnamento a lampeggiare sul viso.
Ma fuori c’era David. E dopo David ci sarebbe stato Tom. E Bill, prima di
incontrare Tom, doveva necessariamente uscire da quello strano nido di morbido
conforto che, con pochi gesti essenziali, Bushido era stato in grado di creargli
attorno. Gli rendeva i sensi ovattati e i pensieri confusi, c’erano dei sorrisi
teneri che avrebbe voluto rivolgergli e non aveva lasciato affiorare alle
labbra, che ora si stavano vendicando ronzando come api nella sua testa.
Rifiutò l’offerta e camminò speditamente verso la porta, sentendosi strappare
pezzi di cuore ad ogni lettera di quel no, grazie, perdendosi un po’
parola dopo parola, passo dopo passo, respiro dopo respiro.
C’è qualcosa che non va in me. Io non sono solo venuto. Io sto facendo di peggio.
*
Note. …*scioccata* In
realtà non doveva finire così o____o In realtà c’era tutto un altro pezzo dopo
o_____o Bill mi ha impedito di scriverlo. Meg mi è testimone, ci ho provato a
convincerlo, ma lui s’è rifiutato. Il pensiero che dovrò fare i salti mortali
per introdurre lo stesso concetto nel prossimo capitolo (e poi far rientrare il
tutto nei tre + epilogo che mi restano da storyboard) mi agghiaccia, ma tant’è.
Anche se in questo momento vorrei prendere Bill, inchiodarlo a una parete e
prenderlo a sberle fino a fargli dimenticare come si indossa una giacchina di
pelle su una maglietta a rete, sono una sostenitrice del “lascia i personaggi
fare ciò che vogliono, loro sanno”. Mi rimetto nelle mani di Bill, quindi. E del
Bu che sarà sovrano assoluto del prossimo capitolo, naturalmente.
Nel mentre siate contente che sia tornato in questo XD E che Tomi sia un essere
delizioso. Nonostante tutto. Ed amate Georg. Voi non lo sapete, ma se non fosse
esistito lui questo capitolo non avrebbe mai visto la luce <3
PS: Ricordate quando nello scorso capitolo scleravo perché non sapevo se i
gemelli avessero davvero festeggiato il compleanno a Los Angeles e mi scazzava
essere andata fuori canon in caso fossero andati a festeggiarlo altrove…?
Ebbene, i gemelli mi amano. Hanno davvero festeggiato ad LA X’D