Before you begin… Brian Molko e David Bowie non mi appartengono, io non li conosco e niente di quanto scritto in questa storia rappresenta una descrizione delle loro personalità né tantomeno si propone di offrire uno spaccato veritiero delle loro vite. Tutta fantasia, miei cari, stavolta più delle altre volte. Note finali per ulteriori informazioni u.u Nessuna offesa intesa. Prima shot di una saga che spero di portare avanti con una certa costanza XD

 

DEAD BY SUNRISE

The Kiss Of Dawn

 

Quando David Robert Jones era emerso da Bromley, ribattezzandosi David Bowie e sconvolgendo il mondo con un album che portava lo stesso nome di battaglia che s’era scelto da solo, ne avevano parlato come di un fenomeno passeggero. “Il trucco”, avevano detto, “gli abiti eccentrici, l’impressione di una sessualità confusa e ambigua, non sono altro che il segno di tempi deviati che si raddrizzeranno da soli quanto prima. E di lui non resterà più niente”. Le stravaganze, poi, “uscire solo una volta calato il sole, dare concerti in piena notte, sessioni d’autografi che costringono i fan a lunghe file fino alle cinque del mattino per poi lasciar andare via insoddisfatte centinaia di persone in attesa da ore alle prime luci dell’alba”, avevano infastidito i media tanto quanto i genitori e tutta una serie di associazioni perbeniste che, tra l’altro, non trovavano affatto appropriato che un uomo così magro e pallido potesse diventare l’idolo delle masse.

Il Sunset Rock – quello era stato il nome che i fan avevano dato di loro spontanea iniziativa a quello stile un po’ cupo, un po’ inquietante, un po’ intimamente autoironico e di fronte al quale di sicuro non si poteva restare indifferenti, non fosse altro per il fatto che il suo capostipite e tutti i suoi seguaci andavano in giro solo al sorgere della luna – era stato bollato inizialmente come un fenomeno di nicchia. Poi, quando della nicchia di poche centinaia di fan non era rimasto più niente, era diventato un fenomeno destinato a scomparire presto.

Era piuttosto divertente, a quasi vent’anni di distanza, rileggere gli articoli dell’epoca e poi guardare in televisione l’uomo simbolo di quel movimento, quell’uomo splendido, quell’uomo affatto corrotto dai tempi, quell’uomo sempre uguale a se stesso da che era diventato famoso, muoversi sul palco come una pantera e fissare la telecamera come se volesse mangiarla. O sfidarla.

O…

Brian abbassò lo sguardo sul quaderno dei compiti di matematica e cercò di respirare. Non gli riuscì immediatamente, perché gli occhi di David Bowie avevano su di lui effetti talmente devastanti che aveva dovuto perfino staccare i poster dalle pareti. C’era qualcosa di strano, qualcosa di anormale nelle sensazioni che provava fissandoli. Il più delle volte scacciava il pensiero ricordandosi che era preciso volere di quell’uomo, del management, della produzione, degli sponsor e di chissà quante altre persone che l’effetto di quegli occhi fosse esattamente quello – sentirti nudo ed esposto in maniera perfino imbarazzante, sondato fin nel centro del petto alla ricerca di qualcosa che non sei neanche sicuro di possedere – e perciò lasciava perdere.

A volte però non bastava. A volte fissava un’immagine negli occhi e si sentiva… chiamare.

Brian.

Seccamente. Era una voce calda e profonda. Era la sua voce. Non era una voce sconosciuta, era una voce che avrebbe potuto essere perfino la propria, solo… in qualche modo mescolata alla voce di David, ed era per questo che era quasi impossibile ignorarla, o anche solo smettere di ascoltarla.

Brian.

Suo fratello fece irruzione in cucina nel preciso istante in cui lui allungò una mano verso il telecomando per spegnere la televisione e cercare di guadagnare almeno una mezz’ora di silenzio per terminare i compiti.

- Ancora? – si limitò a commentare Barry con una risatina più tenera che derisoria, saltando seduto su uno dei mobili sotto la credenza e sollevando una mano ad aprire uno sportello, alla ricerca di qualche biscotto.

Brian sbuffò e spense il televisore, scrollando le spalle come se la cosa non avesse la benché minima importanza.

- Non te ne stacchi mai. – continuò a prenderlo in giro suo fratello, gli occhi verdissimi identici ai suoi, sottili come quelli di un gatto quando voleva farlo irritare.

- Non è vero. – protestò in un mugolio indistinto, - Ho tolto-

- I poster, sì. – Barry ridiscese dal mobile con un saltello, stringendo un pacco di biscotti fra le mani e tornando a sedersi su una sedia accanto a lui. – Perché l’hai fatto?

Scrollò le spalle.

- Prima o poi doveva comunque succedere. Tanto valeva farlo subito e-

- Hai sedici anni! – rise suo fratello, tirandogli una goccia di cioccolato ripescata dal fondo del pacco, - Non devi pensare a maturare, non adesso!

Brian chiuse di scatto il quaderno e si lasciò andare contro lo schienale della sedia.

- Oggi è l’otto. – ricordò a mezza voce, abbassando tristemente le palpebre.

- E tu sei l’unico sedicenne al mondo infelice all’idea di compiere diciassette anni. – commentò Barry con un’altra risatina. – Avanti. Non lo sai che a diciassette anni si comincia a scopare con le quindicenni? È una cosa che potrai fare solo fino ai venti, se sei abbastanza bravo a non farti scoprire, perciò-

- Barry, Barry… - lo fermò, massaggiandosi le tempie. Per un attimo si chiese quanto piacere avrebbe fatto a suo fratello sentirsi rispondere “invece, per farsi scopare da un quindicenne, che età bisognerebbe avere?”. Si trattenne dal verificare solo perché in effetti voleva bene a Barry, e questo non sarebbe stato il modo più appropriato, e nemmeno il più corretto, per confessargli la propria attrazione per i maschi. Per lo specifico maschio il cui pensiero non lo lasciava in pace da giorni, poi, meno che mai. – Lasciamo perdere, okay? Non sono in vena.

Barry scrollò le spalle.

- Come vuoi. – annunciò con falso distacco, rimettendosi in piedi, - Vuol dire che non ti parlerò del tuo regalo di compleanno…

Barry lo conosceva bene. Lo conosceva bene al punto che Brian ogni tanto si chiedeva se fosse proprio vero che suo fratello non si fosse ancora accorto del brusco virare dei suoi interessi sessuali, o se non fosse piuttosto solo una posa che aveva adottato per paura di doverne discutere con lui.

In ogni caso, suo fratello lo conosceva bene e sapeva esattamente come prenderlo.

E come interessarlo.

- Mi farai un regalo di compleanno…? – chiese estasiato, seguendolo con lo sguardo ed osservandolo fermarsi in posa plastica davanti alla porta della cucina e lì restare, prima di voltarsi a sfidarlo con un sorriso furbo.

- Come, adesso d’improvviso farne diciassette non ti turba più? – lo prese in giro Barry, compiaciuto.

Brian mise su un broncio ed incrociò le braccia sul petto.

- Potresti per favore smetterla di ripetere quella cifra? – si lamentò querulo, inclinando lateralmente il capo. Barry rise forte e tornò a sedersi sulla sedia accanto a lui, continuando a fissarlo divertito. – Cos’hai da ridere?! – continuò Brian, imbarazzato fino al fastidio.

Barry scosse il capo.

- È che mi sto chiedendo cosa comincerai a fare quando ti avvicinerai ai trenta o ai quarant’anni. – rispose dolcemente, - Forse comincerai a mentire sull’età, come le dive del cinema.

Brian aggrottò le sopracciglia.

- Mi stai dando del frocio? – scoccò secco, inspiegabilmente irritato.

Barry rise di lui.

- Della femmina. – precisò con una scrollatina di spalle, - E comunque piantala di prendermi in giro. – aggiunse poi, recuperando il sorriso soddisfatto, - Il fatto che non ne parli non vuol dire che non lo sappia. – rivelò, privandolo ingiustamente di parecchi battiti cardiaci, - Io ti guardo sempre, piccoletto. Non mi sfugge niente.

Il suo tono era in qualche modo paterno. Paterno in un’accezione tenera che non aveva mai sentito fra le labbra di suo padre, peraltro. Forse per questo non riusciva ad essere davvero fastidioso. Non completamente, almeno. Era caldo, piuttosto. Avvolgente. Rincuorante. E incoraggiante.

Abbassò lo sguardo ed arrossì furiosamente. Barry rise di nuovo e gli allungò un buffetto contro una guancia, prima di recuperare il proprio ruolo di fratello maggiore rompiballe tirandogli una ciocca di capelli.

- Ahi! – si lamentò Brian, tirandosi indietro, oltraggiato, - Ma che ti prende?! Con tutta la fatica che ho fatto per farli crescere, ora mi vuoi fare diventare calvo?!

- Non hai nessuna possibilità di diventare calvo, scimmia. – sbottò Barry, stendendosi comodamente contro lo schienale della sedia, - Guarda papà, millemila anni ed ancora pieno di capelli…

- Il nonno però i capelli ha cominciato a perderli a trent’anni! E se salta una generazione? Se a trent’anni mi sveglio, mi guardo allo specchio e scopro che durante la notte tutti i capelli mi sono caduti sul cuscino?!

Barry scrollò nuovamente le spalle.

- Al limite, li raccogli e ti ci fai un parrucchino. Nessuno noterebbe la differenza, soprattutto se continuerai a tenere questo caschetto da scolaretta. – rispose maligno, assottigliando ancora gli occhi come un gatto.

Brian lo imitò, sporgendo ulteriormente il broncio.

- Ma non volevi parlarmi del mio regalo? – ricordò con tono offeso. – Non mi hai mai fatto regali. Qual è la novità, quest’anno?

- La novità è che ho cominciato a lavorare, perciò ho finalmente i soldi per farlo! – rise suo fratello, e Brian s’incupì istantaneamente. Il lavoro di Barry era un problema. Lo era semplicemente perché loro padre lo stava tenendo lì solo per aiutarlo a muovere i primi passi all’interno della banca: l’obiettivo principale era rimandarlo alla filiale in Lussemburgo al più presto possibile, per un qualche incarico di prestigio, come ci si aspetta dal figlio del direttore.

Quando, dieci anni prima, tutta la sua famiglia s’era trasferita dal Lussemburgo in Scozia, Brian ci aveva messo un’enormità ad adattarsi al cambiamento. E Barry, durante tutto il processo, era stato indispensabile ed insostituibile, dal momento che, oltre ad essere un fratello, era l’unico essere umano potesse indicare in parte anche come un amico.

Privarsene era del tutto impensabile.

Ma sarebbe successo.

- Scimmia? – lo richiamò suo fratello con un altro buffetto, stavolta nel centro della fronte, - Vuoi smetterla di autodeprimerti in questa maniera indegna? Sei uno spettacolo pietoso!

- Oh, ma vaffanculo! – sbottò ficcando una mano a fondo nel pacco di biscotti e tirandogliene addosso una manciata, che Barry si chinò a raccogliere con l’ennesima risata in mezz’ora. – Si può sapere cos’è questo benedetto regalo?!

Suo fratello si tirò su e si grattò distrattamente la nuca.

- Dimmi qual è la cosa che vorresti di più in assoluto.

Brian deglutì e fissò lo schermo del televisore, ormai spento. Si perse nel riflesso dei propri occhi sulla superficie lucida e strinse le labbra finché non scomparvero quasi del tutto.

- Andare a Londra. – rispose poi, trasognato, - Andare a Londra per un concerto di David Bowie.

Barry ghignò trionfante, ficcò una mano nella tasca dei jeans e ne tirò fuori due biglietti.

- Quanto si vede che sei il mio fratellino preferito. – commentò facendo strisciare i biglietti sul tavolo finché non furono a qualche centimetro dalle sue mani, ancora abbandonate accanto al telecomando.

Brian resistette stoicamente all’impulso di scoppiare a piangere.

Sorrise.

- È che sono l’unico. – precisò, allungandosi ad abbracciare suo fratello.

- Sì. – rispose Barry fra i suoi capelli, - Grazie a Dio!

*

- Ma cosa mi diceva la testa mentre compravo questi fottuti biglietti?!

Spiaccicato contro una transenna, Barry respirava a fatica e cercava di trovare un modo per reggersi in piedi e riuscire contemporaneamente a tenere d’occhio lui che, dal suo fianco, veniva costantemente sballottato qualche metro più avanti o più indietro a seconda di come si muoveva la marea di gente nella quale erano finiti.

Brian sorrise, stringendo le dita dalle unghie smaltate di nero attorno al freddo metallo della transenna.

- Avanti, Barry, piantala! – disse scherzosamente, - Non sei eccitato?

- Ti ricordo che a me Bowie non piace. – borbottò suo fratello, a voce troppo alta perché gli altri non lo sentissero. Brian lo osservò divertito sfidare gli sguardi dei fanatici inviperiti e rimetterli al loro posto con un ringhio da belva feroce. – Ti ho accompagnato solo perché palesemente non saresti mai stato in grado di sopravvivere tutto solo nella City.

Brian scrollò le spalle.

- Non è poi così diversa da Dundee. – ridacchiò nervosamente, cercando invano di tenere a bada l’entusiasmo. In realtà Londra era un altro mondo, rispetto al paesetto scozzese in cui viveva. Era enorme, era colorata, era chiassosa, non era un infinito ripetersi di verde e mucche, verde e mucche, verde e mucche fino a morire di nausea.

- Tu scherzi, forse! – sbottò Barry, spalancando gli occhi e dardeggiandolo con lo stesso verde della campagna scozzese, solo più familiare e meno umido, - L’unica cosa che Londra e Dundee hanno in comune è la fottuta pioggia, accidenti pure a lei. Appena finisce questo strazio fuggiamo dritti in albergo, sì?

Brian annuì senza rispondere, fissando intensamente il palco. I tecnici del suono stavano già provando gli strumenti. Di lì a poco sarebbe cominciato tutto.

Compiva diciassette anni proprio quel giorno, e scoprire che David Bowie avesse in programma un concerto proprio a Londra e proprio il giorno del suo compleanno l’aveva turbato non poco, in effetti.

Brian, l’aveva chiamato la voce, direttamente dal biglietto sul quale aveva letto la data, Brian, vieni.

Brian aveva scosso il capo e la voce era scomparsa. Non si era più fatta sentire, da quel momento.

Rimase immobile ad osservare il tecnico provare gli effetti del basso, fino a quando qualcosa di pesante non gli rotolò addosso, schiacciandolo contro la transenna e mozzandogli il respiro.

- Ohuff! – esalò, cercando di separarsi dalla ringhiera prima di morire soffocato, - Barry!

Suo fratello si voltò a guardarlo ed inorridì, allungando le braccia oltre la sua schiena e liberandolo immediatamente dal peso, così che Brian poté voltarsi e guardare ciò che l’aveva quasi condannato a morte: un moccioso tondo, bianchissimo e dai capelli castani – non più di quattordici anni – che lo fissava con un misto di paura e sgomento.

- Mikey! – strillò una voce nasale ed acuta da qualche parte, ed il bambino rotondo si voltò immediatamente verso il punto da cui proveniva, cominciando a sbracciarsi per farsi individuare. Poco dopo, un tizio che gli somigliava tantissimo ma che doveva avere almeno cinque anni di più lo raggiunse e si piazzò al suo fianco, - Si può capire perché diavolo sei scappato?

- Da qui si vede meglio. – commentò il bambino rotondo di nome Mikey, scrollando disinteressato le spalle.

- Il tuo amico stava per ammazzare mio fratello. – precisò acido Barry, stringendolo protettivo con un braccio attorno alle spalle.

Il tizio più grande – non era una questione di tratti somatici: erano dolci e tondi come quelli di un bambino, non era affatto dissimile dall’altro, in questo senso; era una questione di atteggiamento, di sicurezza e di una strana luce negli occhi che lo metteva a disagio. – sorrise freddamente e piantò una mano sul fianco.

- Avrei detto sorella. – lo prese in giro, supponente, - Comunque non è un mio amico, è mio fratello minore, Mikey. Io mi chiamo Gerard.

- …e non avete affatto un accento inglese. – commentò Barry, inarcando curioso le sopracciglia. – Americani?

Mikey sorrise ed annuì entusiasta.

- Anche voi non sembrate inglesi. – aggiunse Gerard, - Come avete detto di chiamarvi?

- Io Barry, lui Brian. – li presentò spiccio suo fratello, - Ed il nostro albero genealogico è così atrocemente complesso e fuori di testa che non vi consiglio di avventurarvici. Comunque sì, nostro padre è americano.

Gerard annuì come a digerire l’informazione, e spostò nervosamente il peso da un piede all’altro, lanciando ogni tanto delle occhiatacce falsamente casuali a Brian.

Brian le ricambiò tutte con la stessa ostilità e lo stesso misto di paura e curiosità. C’era qualcosa, in quel ragazzo, qualcosa che lo faceva sentire sotto attacco. E la sua voce somigliava un po’ a quella che lo chiamava. O meglio: nella voce composta che lo chiamava, c’era anche una traccia della voce di quel ragazzo. Era la voce di David, era la sua stessa voce, ed ora era anche un po’ la voce di quel… Gerard.

Mikey si sollevò sulle punte ed indicò il palco con aria esaltata.

- Comincia! – disse, prendendo immediatamente saltellare, entusiasta.

Le luci si spensero e Brian tornò a guardare il palco, concentrandosi solo ed esclusivamente su quello. Quando Gerard si chinò su di lui, pochi secondi dopo, Brian non avvertì il suo movimento: sentì solo il suo fiato caldo contro un orecchio, ed il sibilo freddo della sua voce a rimbombare fin dentro il cervello.

- Spero non ti dispiaccia se rimaniamo qui anche noi. – disse quella voce impossibile, ghiacciandolo fin nel profondo.

Brian scosse il capo, incerto. E poi partì la chitarra.

La chitarra fu l’ultimo strumento musicale che sentì. Perché quando David Bowie salì sul palco ed afferrò il microfono al centro, piegandosi sulla folla ed allungando una mano fin quasi ad abbracciarla tutta, ogni singola traccia di note nell’aria sfumò in un’eco indistinta e poi scomparve del tutto, e l’unica cosa che Brian riuscì veramente a sentire – sopra la melodia, sopra le parole, perfino sopra le voci del pubblico in delirio – fu il proprio nome. E quella voce spaventosa.

Brian. Brian. Sei venuto.

Si tirò indietro, boccheggiando. Sentiva il petto gonfio, ma non d’aria, perché non riusciva a respirare. Era come avere i polmoni pieni d’acqua. Come se l’acqua sgorgasse da dentro se stesso e stesse uscendo ad invadere tutto il resto del suo corpo – gli arti, lo stomaco, il petto, la gola, la bocca – soffocandolo.

Strinse furiosamente la mano di suo fratello e batté le palpebre nel tentativo di schiarirsi la vista. Tutto intorno, però, c’erano solo macchie confuse e sbiadite. Barry gli disse qualcosa ma Brian non capì cosa – non t’interessano le parole degli altri, Brian, ascolta solo me – cercò di individuarlo ma non ci riuscì – non t’interessa guardare gli altri, Brian, guarda solo me – cercò di muoversi, di trovare dell’aria con cui mantenersi in vita, di rimettere in moto cuore e cervello, di tirarsi fuori da quel pantano – ma il pantano sono io, Brian, e tu non vuoi davvero liberarti di me.

E poi divenne tutto nero. Nero e vuoto. Non c’erano più corpi sconosciuti a pressarsi gli uni contro gli altri, fiati senza nome ad accavallarsi furiosamente nell’aria sopra le loro teste, niente voci, niente calore umano, niente sudore, niente di niente.

Aprì gli occhi e David era immobile davanti a lui. Reggeva il microfono fra le mani ma non cantava. Si limitava a guardarlo. Perfettamente silenzioso.

…sembrava che nemmeno respirasse.

Brian poteva sentirsi ansimare profondamente e poteva sentire qualcun altro ansimare nello stesso identico modo – come dopo una corsa, del tutto a corto di fiato.

Fece per voltarsi ed individuare la figura alle proprie spalle, e d’improvviso era di nuovo in mezzo alla folla, di nuovo sballottato qua e là dalla massa informe di persone vocianti e agitate. La musica era tornata al suo posto, così come tutti gli altri rumori, una mano di Barry gli premeva forte sulla spalla nel tentativo di tenerlo fermo e tranquillo e quel ragazzo, Gerard, era immobile come pietrificato davanti a lui e, sgomento, lo fissava.

Brian si accorse che stavano respirando in sincrono. Se ne accorse perché l’eco dei propri sospiri gli aveva invaso il cervello, ed il petto del ragazzo si alzava e si abbassava seguendo lo stesso ritmo.

- L’hai visto anche tu…? – cominciò Gerard, gli occhi spalancati come voragini addosso a lui.

Brian si irrigidì ed ansimò più forte, terrorizzato dall’eventualità di rispondere.

- Bri? – lo richiamò suo fratello, scuotendolo con una certa forza, e Brian si voltò a guardarlo, - Ti senti bene? – chiese Barry, preoccupato, - Sei stato stranissimo per tutto il tempo!

Brian si passò una mano sugli occhi e tornò ad aggrapparsi alle transenne, quasi abbandonandosi contro il sostegno nel tentativo di riprendere fiato.

- Ho avuto un momento di… - sussurrò incerto, - …confusione.

Barry annuì e se lo strinse contro, come per proteggerlo. Brian si lasciò stringere e sollevò nuovamente lo sguardo sul palco.

David Bowie si stava inchinando di fronte al proprio pubblico, e raccoglieva applausi e dichiarazioni d’amore con un sorriso stremato ma soddisfatto. Presentò la band, s’inchinò ancora e poi, del tutto tranquillo, si diresse verso le quinte e scomparve nel backstage.

Brian sentì appena Gerard esalare uno sconvolto “ma che cazzo…?”, che i suoi occhi colsero lo scintillio di quelli di David, per un secondo solo, ma assolutamente inequivocabile: l’aveva guardato. E, nello stesso istante in cui i loro sguardi s’erano incrociati, Brian l’aveva sentita ancora. La voce.

Brian. Vieni.

Sconvolto, si tese sulla transenna, allungando il collo alla ricerca di uno sguardo più lungo. Non lo trovò – David era già scomparso. Dietro di lui, Gerard imitò la sua posa, schiacciandoglisi addosso. Era teso quanto lui.

- Cazzo. – lo sentì ringhiare mentre tornava dritto. – Tu. – si sentì richiamare dopo, quando una mano dalle unghia smaltate di nero quasi identiche alle sue lo afferrò per una spalla, costringendolo a girarsi. – Tu l’hai sentito. Tu l’hai visto. – gli disse Gerard, lo sguardo colmo di ansia e, in una certa misura, anche di paura.

Brian scosse il capo.

- Io non lo so! – cercò di difendersi, lanciando occhiate al backstage, - Non ci capisco più niente!

- Brian, ma si può capire che ti prende?! – chiese Barry, la voce stridula, mentre cercava di non perderlo di vista in mezzo all’esodo del pubblico verso le uscite del palazzetto.

- Non lo so! – ripeté ancora lui, mentre Gerard si mordeva un labbro ed afferrava il fratello per cominciare ad allontanarsi a propria volta, - Il concerto era appena iniziato ed io… non ci ho visto più… e poi era già finito! – raccontò confusamente, gesticolando e cercando di tenersi alla ringhiera per non finire trascinato via.

- Ma sarà durato due secoli, ‘sto concerto, Brian… - articolò suo fratello, confuso, - Non ti capisco…

Brian sospirò a scosse il capo, tornando a guardare il palco ormai pienamente illuminato e pieno di tecnici che, come diligenti formichine, smontavano pedaliere ed amplificatori, riponendoli con cura all’interno delle enormi sacche spiegate ovunque sulle tavole.

Il tour proseguiva oltremanica. Londra era l’ultima tappa inglese. Non ci sarebbe stata un’altra occasione, non avrebbe più avuto modo di capire cosa fosse successo quella sera né perché da mesi si sentisse chiamato da una voce oscura e familiare al tempo stesso.

Non aveva tempo per pensare.

Sfruttando la propria magrezza ed una certa agilità ad essa dovuta, scivolò elegantemente fra due transenne e sgattaiolò furtivo lungo l’intercapedine che separava il palco dal pubblico.

- Brian! – lo richiamò suo fratello, - Cristo, Brian, torna qui!

- Aspettami di fuori! – rispose frettolosamente, senza neanche voltarsi indietro, - Non ci metterò molto!

Ovviamente suo fratello non gli diede retta: provò comunque ad oltrepassare le transenne, scavalcandole, ma due bodyguard gli furono subito addosso, trattenendolo immobile dove stava. Se Brian si fosse fermato o voltato in quel momento, avrebbe perso la sua occasione. E non poteva assolutamente permetterselo. Strinse i denti e sperò che Barry se la cavasse da solo. Si arrampicò sul palco facendo leva con le mani ed i gomiti e s’intrufolò silenziosamente nel backstage. Il fatto che nessuno l’avesse visto fino a quel momento aveva del miracoloso.

Stavano capitando un po’ troppi miracoli.

Le voci nella testa, e le visioni, ed incontrare proprio quel ragazzo da brivido in mezzo a tutte le persone che avrebbe potuto incontrare… e quello sguardo. Lo sguardo di David. Lo sguardo che lo chiamava.

Doveva esserci una spiegazione. Doveva chiedere a lui.

I corridoi retrostanti il palcoscenico erano illuminati da una luce bianca e innaturale che gli feriva gli occhi. Portò una mano a schermarsi il viso, massaggiandosi stancamente la fronte fino a quando il dolore non fu passato.

Passato il dolore, tornò la voce.

Ci sei quasi. Sei quasi arrivato.

Un passo dopo l’altro si ritrovò di fronte ad un camerino. Sulla porta, una targhetta gialla e nera recitava “Mr. Bowie” in caratteri dorati ed eleganti. Allungò una mano chiusa a pugno – l’intenzione era quella di bussare, ma sfumò assieme al coraggio e gli sembrò di averla mandata giù deglutendo. Tant’è che adesso si sentiva lo stomaco pesante.

Il braccio ricadde inerte lungo il fianco.

Brian fece un passo indietro.

Sarebbe andato via, se la porta non si fosse aperta proprio di fronte ai suoi occhi.

- Quanto ancora intendevi farmi aspettare?

E poco importava che la voce non fosse quella della sua testa – che non fosse abbastanza cupa, che non vibrasse abbastanza, che non contenesse abbastanza tonalità e diversità interne da essere proprio lei.

Deglutì ancora.

David si scostò dall’uscio, facendogli spazio. Brian non si mosse, ma quando l’altro uomo sorrise ed allungò le dita a stringergli dolcemente un polso, si lasciò tirare senza neanche una protesta.

*

Se anche quel divanetto fosse stato morbido e comodo, Brian non se ne sarebbe accorto. Non se ne sarebbe accorto perché stava di fronte all’idolo di una vita e teneva fra le mani una tazza di tè bollente e la situazione, nel suo complesso, era così disperatamente surreale da fargli pensare ad uno di quei sogni stravaganti che faceva quando aveva la febbre. Senza capo, senza coda, senza neanche un intreccio interno. Le suggestioni di una mente esausta in preda ai deliri della febbre.

Questo, almeno, avrebbe spiegato voci e visioni.

Ma non il senso di disagio che provava, ancora fortissimo, di fronte agli occhi di quell’uomo.

- Non devi essere teso. – disse David, - Bevi il tuo tè. Abbiamo tempo.

Deglutì un sorso della bevanda calda ed i suoi occhi dardeggiarono brevemente sul volto liscio e rilassato dell’uomo, prima di tornare ad affogare nei decori floreali della tazza.

- Credevo che doveste partire per la Francia già stanotte… - biascicò incerto, stringendo la presa attorno alla ceramica calda e storcendo il naso in una smorfia di dolore quando la temperatura cominciò a farsi insostenibile.

David sorrise appena.

- Infatti è così. Ma il tempo, Brian, è un’unità di misura incredibilmente relativa.

Il ragazzo sollevò lo sguardo, spalancando gli occhi.

- …sai il mio nome.

- E molto altro. – annuì David, posando la propria tazza sulla toletta e sollevandosi dal proprio sgabello, per sedersi sul divano al suo fianco. – Sapevo che saresti venuto. Sapevo che avrei potuto parlare con te. E so-

- Le voci. – lo interruppe lui, ansioso, - Sai anche delle voci?

David sorrise ancora, conciliante.

- Ero io. – confermò, - Ti stavo chiamando. Ma sono sinceramente stupito… - aggiunse con un sorriso piuttosto ironico, - In teoria, avresti soltanto dovuto sentirti in qualche modo spinto a raggiungermi. La voce era il mio richiamo, ma non viaggia su frequenze coscientemente percettibili dall’uomo. – rifletté silenziosamente per qualche secondo. – Se anche l’altro è così dotato, sarete due esemplari praticamente perfetti.

Per un secondo, la mente di Brian fu attraversata da un lampo che lo costrinse ad intravedere il viso di Gerard fra i misteri delle parole di David. Ma l’uomo fu svelto a scacciarli via, sorridendogli incoraggiante e posandogli una mano – freddissima – sulla guancia.

- Ma non pensarci, adesso. Sei qui perché vuoi qualcosa, vero?

Brian si morse un labbro.

- Io voglio capire. – confessò a mezza voce, - Perché non sto bene? Perché mi sento sempre come se mi mancasse qualcosa? E perché continuavo a sentire la tua voce? Tu cosa vuoi da me?

David rise di cuore, scuotendo il capo e battendosi una mano contro il ginocchio.

- Incredibile. Fra tutte le domande che hai fatto, ce ne fosse stata una sola che avesse una risposta interessante.

Imbarazzato, il ragazzo tornò ad abbassare lo sguardo. David lo liberò del fardello della tazza di tè ormai tiepida fra le mani, e Brian utilizzò la rinnovata libertà delle proprie dita per prendere a torturare ossessivamente l’orlo della camicia nera che indossava.

Il tempo, disse la voce, risuonando in un’eco indistinta dentro il suo cervello, è del tempo che devi parlare.

Brian portò una mano alla fronte.

- …è fastidioso. – si lamentò in un sospiro, - Entri dentro la mia testa. È la mia testa.

- Quando ci entro, - rispose David con una scrollatina di spalle, - non è più solo tua. È anche mia. Dovrai abituartici, se non vuoi impazzire.

- Non potresti smettere di farlo? – chiese implorante, sollevandogli addosso uno sguardo estenuato.

- Oh, ma io smetterò. – annuì l’uomo, sorridendo, - Sei tu che comincerai.

Brian si tirò indietro, improvvisamente spaventato.

- Non la voglio, questa capacità. – sibilò aggrottando le sopracciglia.

David scrollò ancora le spalle, quasi volesse scusarsi.

- Pacchetto completo, Brian, viene assieme a tutto il resto. Mai pensato che essere un vampiro potesse essere un affare esclusivamente vantaggioso, come tutto ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma… - l’uomo si interruppe quando vide le sue sopracciglia stendersi e poi inarcarsi verso l’alto, ad incorniciare uno sguardo sgomento e terrorizzato mentre le labbra si schiudevano per dar voce ad una domanda che, già ad immaginarla, sembrava troppo stupida perfino per essere sensata. Ed invece era lì. La più plausibile di tutte.

- …vampiro…?

David annuì lentamente.

- È per questo che dovresti chiedermi del tempo, Brian.

- Cosa c’entra il tempo…?

L’uomo sorrise entusiasta. Brian lo osservò alzarsi e muovere qualche passo attorno a lui, ed ebbe quasi l’impressione volesse mettersi a saltellare di gioia.

- Il tempo, Brian, - prese a parlare David, con l’aria del professore navigato, - è una convenzione che dimostra pienamente la ristrettezza delle possibilità degli esseri umani. Hanno bisogno di date di scadenza, di minuti precisi entro i quali muoversi, di piani specifici che scandiscano lo scorrere delle loro giornate. – scosse il capo con estrema pietà, voltandosi verso lo specchio e riflettendosi sulla superficie con una certa vanità. – Questo è perché gli esseri umani hanno una scadenza. Non sanno quando, ma sanno che prima o poi i loro giorni finiranno. Il bisogno fisico di organizzarsi nasce da qui, dal terrore di potersene andare senza aver concluso tutto. – tornò a sedersi accanto a lui, lanciandogli un’occhiata curiosa, - Non la trovi anche tu una condizione patetica?

Brian si strinse nelle spalle.

- Non so se sia patetico… è… umano, credo.

- Imparerai a considerare questa parola come un insulto. – annuì David.

Il ragazzo si lasciò andare ad una risata un po’ amara, intrecciando le dita in grembo.

- Perciò è questa, la risposta alle altre mie domande? Volevo sapere chi sono. Ecco qua: sono un vampiro. O almeno, lo diventerò se… se ti lascio fare. Ed è tutto qui?

David rise sonoramente, scompigliandogli i capelli.

- Avevo dimenticato quanto potessero essere carini i ragazzini così piccoli. – commentò con uno sbuffo intenerito, - Questa non è la risposta, Brian. Semmai, è l’inizio della domanda. Tu vuoi capire chi sei, ma la maggior parte degli esseri umani ha talmente tante cose da fare, lungo il corso della propria intera esistenza, che non arriva a capire chi è veramente se non in punto di morte, quando è ormai troppo tardi. E ce ne sono che non lo capiscono mai, neanche allora. Un’esistenza vuota e del tutto inutile, un’esistenza senza senso. È questo, quello che vuoi?

- No!

- Ebbene è quello che otterrai, se non mi lasci fare, come hai detto tu. Essere un vampiro, per contro, ti dà tempo. Tempo infinito. Mi sembra uno scambio equo, considerando che, in fondo, devi rinunciare solo alla luce del giorno. E… sei ancora religioso? O quell’assurda mania del farti prete è tornata dell’abisso di inconscio al quale giustamente apparteneva?

Brian ridacchiò, coprendosi gli occhi con una mano.

- Dio, sai anche del mio desiderio di farmi prete… erano anni che non ci pensavo.

David sorrise dolcemente, stringendolo in un abbraccio tra l’impacciato e l’imbarazzato.

- So tutto, te l’ho detto. So anche che mi lascerai fare, Brian.

Lui si lasciò andare fra le sue braccia, nascondendo il viso contro il suo petto.

- Sì. – ammise infine, - Voglio lasciarti fare. Però… - sollevò lo sguardo, perdendolo impaurito nel suo, - Perché proprio io?

David sorrise.

- Non ti ho scelto. Io ho chiamato. Ho solo aspettato che qualcuno rispondesse.

- Sì, ma perché chiamare? Non ti bastavi da solo?

L’uomo rise ancora, stringendolo forte.

- Resterò solo anche dopo averti trasformato, Brian. Non voglio una dama di compagnia. Ma tutti i grandi eroi hanno bisogno di successori.

Brian annuì e si lasciò andare ad un sorriso ironico.

- Possiamo essere eroi, per stanotte. – concesse in una citazione che fece brillare gli occhi di David.

- Già. – annuì l’uomo, stringendolo più teneramente a sé, - Hai risposto proprio bene.

*

David l’aveva dissanguato. L’aveva quasi ucciso. Brian aveva sentito la vita scivolare via col sangue fra le sue labbra, e non era stato in grado di lanciare neanche un gemito di protesta. Stretto fra le sue braccia, era rimasto a tremare e scuotersi mentre sentiva il respiro farsi via via sempre più fievole, assieme al battito cardiaco. Poi David l’aveva lasciato e s’era morso un polso.

“Bevi, Brian”, aveva ordinato, poggiandogli il polso sanguinante sulle labbra semidischiuse, “prenditi il tuo tempo”.

Brian aveva obbedito, e la vita era semplicemente ricominciata. Come un’onda, piano piano, s’era fatta strada dentro il suo corpo, ridando calore alla sua pelle. Ed il respiro era tornato. Ed anche il battito cardiaco.

“Ricordati che non sei una bestia”, l’aveva ammonito David, quando l’aveva visto riprendersi, “Gli animali cacciano e sbranano. Tu sei un vampiro. Devi nutrirti, ma puoi scegliere di cosa. Puoi scegliere come.”, aveva sorriso, “Puoi scegliere chi”.

S’era sfilato la sciarpa bianca che aveva tenuto annodata attorno al collo per tutta la sera, e l’aveva avvolta attorno al suo.

“Scegli bene, Brian. Il punto della questione non è il sangue, ma il tempo. Ricordalo sempre”. Un nodo alla sciarpa. “Questa ti aiuterà a non perdermi mai di vista”.

Appena uscito dal camerino, ancora un po’ frastornato – il mondo intorno sembrava improvvisamente molto più lento e meno frenetico di quanto non lo ricordasse – cercò di fare mente locale e ricordare da che lato dovesse uscire verso il palco, per ritrovare Barry. Si sentiva stanco, aveva un dannato bisogno di dormire. Voleva solo recuperare suo fratello, farsi stringere in un abbraccio che non facesse paura e farsi trascinare a letto.

I suoi occhi colsero di sfuggita l’immagine di Gerard, il ragazzo di prima, che chiedeva al fratello di stare in un angolino del corridoio ed aspettarlo, mentre lui si dirigeva verso la porta del camerino e faceva per bussare, salvo poi rivedersela spalancare di fronte e venire accolto dal sorriso sornione di David che, mormorando “ed ecco il secondo”, lo tirava all’interno della stanza.

Qualcosa di simile ad un fastidio sordo investì i suoi sensi, ma era davvero troppo stanco per realizzarlo pienamente, perciò scosse il capo ed ignorò i richiami del bambino tondo di nome Mikey per imboccare il corridoio di luce bianca e ritrovare il palco, scendendo con un salto e cominciando poi a correre freneticamente verso l’uscita.

Si stupì di poter sentire ancora la fatica. Si stupì anche di respirare. Gli sembrava strano. Anche il battito cardiaco c’era ancora, il che significava che era ancora… vivo. Ed essere vivi non implicava forse la possibilità di morire?

Era davvero diventato un vampiro?

Sei ancora troppo umano, disse la voce dentro di lui, le abitudini sono una prerogativa degli esseri umani. Respiri per abitudine, perché ti sembrerebbe strano non farlo, ed il tuo cuore batte perché è questo l’unico scopo della sua esistenza.

Prima o poi smetteranno. Sopportali.

Deglutì confusamente e scosse ancora il capo, ma i pensieri non erano veramente annullabili in questa maniera.

- Brian! – lo richiamò suo fratello, correndogli incontro e stringendolo in un abbraccio incredibilmente protettivo, - Cristo, ma dov’eri finito?! Ci hai messo un sacco di tempo!

Brian sollevò lo sguardo su di lui e si trattenne dal rispondere.

- Ho sonno. – disse invece, - Andiamo in albergo?

- Ma ovvio che sì! – rispose Barry, infastidito, - Che domande… - borbottò, cominciando a trascinarlo verso il taxi che li attendeva poco distante. Poi strinse la presa attorno alle sue spalle e toccò la sciarpa con una mano. – E questa? – chiese curiosamente, accorgendosi della sua presenza solo in quel momento, - Bella. Da dove arriva?

Brian scrollò le spalle.

- L’ho trovata. – rispose soprappensiero, stringendosi contro di lui. – Faceva freddo, perciò me la sono tenuta.

Barry annuì.

- In effetti sei congelato. – constatò distrattamente, - Appena arriviamo in albergo ti avvolgo in tremila coperte e ti tengo al calduccio tutta la notte. – pianificò con un sorriso soddisfatto. – A parte questo… ti è piaciuto il regalo? – chiese poi, con una sorta di tenerezza imbarazzata che costrinse Brian a sorridere a propria volta.

Si sollevò a baciarlo su una guancia.

- Il più bello della mia vita.

 

*

 

Note. Ho il vago sentore che queste saranno note molto lunghe XD Consolatevi pensando che per le shot successive non dovrò ripetermi *-*v Quindi leggerete tutta la pappardella una volta sola.

Dunque. Non ricordo per quale assurdo motivo ho deciso che fosse arrivato il momento di plottare una mega-saga sui vampiri è.é In realtà le creaturine mi hanno sempre affascinata, per quanto di me non si possa certo dire io sia una fanatica. Ho amiche ferratissime in materia ed io mi sento sempre molto in difetto, rispetto a loro. Soprattutto perché – ehm – ho letto solo Dracula. *si nasconde in un fosso* Comunque sia, anche se non ricordo come, ho deciso che avrei dovuto sfruttare il mio amore profondo per le RPS ed i miei numeros(issim)i fandom di appartenenza per scrivere una saga che li comprendesse tutti, ed all’interno della quale potessi infilare dei vampiri.

La spinta per cominciare a scriverla è arrivata quando l’Anonima Autori ha appunto indetto un concorso che prevedeva la possibilità di partecipare con una storia su streghe, vampiri o lupi mannari. Mi sono detta “è il momento, dunque!”, ed ho cominciato a scrivere. Salvo poi entrare in paranoia due righe dopo, mentre cominciavo a rendermi conto dell’enorme guaio in cui mi ero cacciata e di come non sapessi assolutamente come muovermici dentro XD

Alla fine ho fatto come faccio sempre: mi sono lasciata andare. Ci ho infilato dentro tutto ciò che mi ispirava sul momento, lasciandomi trascinare dal desiderio di scrivere. Nello specifico, i personaggi di Barry e Gerard mi hanno dato una spinta ed un aiuto non indifferenti. Mentre il blocco maggiore l’ho provato con David – ed infatti non sono proprio sicura di aver fatto un buon lavoro, su di lui.

Chiaramente, la fanfiction parte da un presupposto per il quale la storia della musica europea – e di riflesso anche quella americana, ma si vedrà più in là – ha subito stravolgimenti non indifferenti. Il primo – e più importante – è quello del Sunset Rock, che poi è la cornice all’interno della quale si muoveranno tutti i miei personaggi. David Bowie ne è l’iniziatore, gli altri seguiranno. Ma è ancora troppo presto e questa shot è solo l’introduzione delle vicende u.u

Qualche inesattezza – o meglio, alcune delle informazioni che ho piegato e distorto perché “tornassero i conti” e potessi scrivere in santa pace: Brian Molko ha effettivamente abitato a Dundee, in Scozia, ma non durante la propria adolescenza. Ci ha passato l’infanzia. L’adolescenza l’ha trascorsa in Lussemburgo, ma mi serviva stesse in Inghilterra a sedici anni, perciò ho ribaltato gioiosamente il tutto XD

Poi: Gerard Way – sì, è lui il Gerard XD E Mickey è appunto suo fratello – in realtà ha trent’anni, non è coetaneo di Brian. Ma chiaramente, se avessi mantenuto la loro età reale, l’incontro al concerto non si sarebbe mai potuto verificare, e la loro compresenza in quel luogo mi servirà poi a spiegare la diffusione del Sunset Rock in tutto il mondo XD (Cospirazione!Liz) Mi dispiace per le inesattezze, non sono frutto di ignoranza ma di necessità di copione. *piange*

Alla fine, si tratta comunque di una What If molto pesante, praticamente una semi-AU, perciò accettatela per com’è, vi conviene. Non saranno queste le uniche inesattezze, proseguendo con la storia XD E, se non sapete cosa aspettarvi, fate un po’ l’elenco dei fandom in cui sguazzo ed avrete un’idea – pallida, ma piuttosto veritiera – di ciò che vi aspetta.

Grazie mille per aver letto fino a qui, scusate per lo sproloquio ed alla prossima, se ancora vorrete <3