ANOTHER GAY HOSPITAL DAY
- Quello che non capisco – sbuffa Zlatan, incrociando le braccia sul petto, - è perché dovrei farlo io.
- Perché sei un novellino. – risponde serafico Gerard, sorridendogli come se niente nel mondo potesse rovinare lo stato di pace interiore in cui si crogiola la sua candida anima, - Quindi ti tocca.
- Ci sono dei turni da rispettare. – borbotta lui in risposta, tirando giù le maniche del camice evidentemente troppo piccolo per la sua taglia, - E comunque Bojan è più piccolo di me.
- Ma è arrivato diversi anni prima. – gli fa notare Lionel, scorrendo la lista degli impegni giornalieri, - e comunque—
- Krkic. – chiama il primario Guardiola, passando puntualmente a qualche metro di distanza mentre Zlatan rotea gli occhi e Bojan sorride splendente come un bambino a Natale, fra le risatine di tutti gli altri colleghi raggruppati attorno al banco dell’accettazione, - Nel mio ufficio. Adesso.
- Arrivo, dottor Guardiola! – cinguetta Bojan, poggiando la cartella che stava visionando sul banco e trotterellandogli dietro, dimentico di chiunque fosse il paziente di cui si supponeva dovesse prendersi cura.
- Giuro che un giorno qualcuno ci lascerà le penne perché Boji ha preferito correre dietro all’esimio culo del dottor Guardiola piuttosto che prendersi cura di lui. – commenta Andrés, seduto sullo sgabello dietro il banco, controllando meccanicamente che tutte le cartelle siano ai loro rispettivi posti.
- Dagli torto. – ridacchia Xavi, stringendosi appena nelle spalle, mentre tutti si voltano a guardarlo inarcando le sopracciglia in un movimento così sincronico da rasentare il capolavoro artistico. – Cosa? – chiede lui, ridendo con maggiore divertimento, - Era un giudizio di valore come un altro.
- …sì, certo, un giudizio di valore. – sospira Zlatan, roteando gli occhi, - Questo non elimina il problema principale.
- Che sarebbe? – chiede Lionel, quasi annoiato, continuando a scorrere l’elenco e spuntandone delle voci apparentemente a caso di tanto in tanto.
- Sarebbe che io non posso andarmi a smazzare le visite ordinarie come un qualunque pivello! Nell’ospedale in cui stavo prima—
- Lo sappiamo, lo sappiamo. – lo liquida Gerard, gesticolando distrattamente, - Eri il primo fra tutti i medici, come te non c’era nessuno, i pischelli ti guardavano come fossi dio in terra e le infermiere si bagnavano al tuo passaggio.
- Io non ho mai detto questo! – sbotta Zlatan, aggrottando le sopracciglia, - Però sì, è esattamente quello che accadeva. – sbuffa contrariato, il naso puntato verso il soffitto e una smorfia altera ad indurire i tratti del viso.
- Non fare quella faccia che già sei brutto, mi spaventi i bambini. – lo riprende Lionel, e Zlatan gli tira una schicchera in piena fronte.
- Parla quello che quando i pazienti arrivano chiedono “dov’è il dottore”, e devono chinarsi per notarlo. – sbotta, e Lionel si massaggia la fronte, lanciandogli occhiatacce infastidite.
- Be’, almeno io passo attraverso le porte senza sbattere il mio enorme naso contro gli stipiti e anche contro la parete alla fine del corridoio. – gli fa notare supponente, ravviandosi i capelli dietro un orecchio.
- Senti, tu-- - comincia Zlatan, ma il dottor Puyol li ferma entrambi, afferrandoli per i rispettivi colletti e tirandoli indietro.
- Sentite tutti e due, - li rimprovera, - qua si viene per lavorare e per curare la gente, non per battibeccare come bambini delle elementari o peggio. Per cui, - conclude, lasciandoli andare con uno strattone deciso, - al lavoro. E basta schiamazzi.
Zlatan ringhia sommessamente e si massaggia la nuca, neanche Puyol l’avesse afferrato per la collottola, ma si rende conto che ha ben poco da protestare ancora: il nonnismo plateale che regna sovrano in quell’ospedale è troppo potente perfino per lui, perciò – mentre tutti i suoi colleghi, lo sa, gli ridono dietro – china il capo e s’infila nella prima sala visite a portata di mano, sperando non sia già occupata.
Non lo è, o meglio, lo è, ma non da un altro medico. Un paziente, tuttavia, sta seduto sul lettino e si guarda intorno con aria annoiata, come non vedesse l’ora di andarsene. Zlatan può comprendere il suo stato d’animo e, in un impeto di empatia – qualcosa che non si verificherà più per almeno altri dieci anni – gli sorride bonario. L’uomo, però, non risponde con altrettanto calore, e si limita a lanciargli un’occhiata vaga, scendendo dal lettino e mettendosi in piedi davanti a lui.
Sarà sulla cinquantina, è più basso di lui ma questo non lo stupisce – quasi tutti sono più bassi di lui, generalmente, nell’universo. Ha una bella linea ma il viso provato di uno che nella vita ne ha viste abbastanza da non volerne vedere più. I capelli sono brizzolati, ma ancora molto scuri soprattutto alla base. Tutto sommato, con quei jeans e quella polo scura e quell’aria da riccone abbronzato che non deve chiedere mai, sembra in salute.
- Allora? – chiede il tizio, interrompendo la sua scansione oculare della sua persona, - Vogliamo restare lì imbambolati ancora a lungo o cosa? L’ha preso il suo caffè, stamattina?
Zlatan aggrotta le sopracciglia, infastidito dal suo tono supponente e dalle sue parole nient’affatto concilianti il buonumore.
- Che l’abbia preso o meno io non deve preoccuparla, ma è evidente che, se l’ha preso lei, ha dimenticato di aggiungere la giusta dose di zucchero. – commenta ironico, scrollando le spalle ed avvicinandoglisi.
- Io prendo il caffè sempre amaro. – dice il tipo.
Zlatan sogghigna, allungandosi a recuperare la cartella clinica appoggiata alla scrivania.
- Non mi stupisce. – dice, scorrendo la cartella con lo sguardo. – Insomma, signor… Mourinho? Non è di qui?
- Sono portoghese. – spiega lui, - Ma questo non dovrebbe interessarle. E non ho nessun malanno, se è questo che si sta augurando.
Zlatan inarca un sopracciglio, picchiettando con la penna sul lato della cartella.
- Potrà sembrarle strano, ma non auguro a nessun essere umano di stare male, sa? – dice, ma il tipo lo liquida con un gesto della mano.
- Come preferisce. Comunque mi serve solo un certificato di sana e robusta costituzione, perciò diamoci una mossa e cominciamo questa visita, che ho da fare. – stabilisce, accennando a sfilare la polo dopo averne sciolto un bottone del colletto, ma viene fermato dall’occhiata incredula e vagamente ilare che Zlatan gli lascia scorrere addosso.
- Un cert— per lei? – chiede, indicandolo con la penna, - Ma quanti anni ha?
- …c’è scritto sulla mia cartella. – borbotta lui, perplesso, - Quarantasette, comunque. Dottore, c’è qualche problema?
- Sì, evidentemente. – risponde Zlatan, amplificando l’ovvietà della propria risposta con un ampio gesto del braccio, - A cosa le serve un certificato di sana e robusta costituzione?
- Non sono affaracci suoi. – risponde l’uomo, burbero. Zlatan ride.
- No, se permette lo sono. – insiste, - Dal momento che devo essere io a rilasciarglielo, e che su quel pezzo di carta ci sarà la mia firma, ho bisogno che lei mi fornisca tutte le informazioni che io riterrò opportuno richiederle, indipendentemente da quanto lei ritenga opportuno rivelarmele. Non voglio ritrovarmi con una denuncia fra due giorni, né scoprire dal giornale che un cinquantenne è morto d’infarto facendo dio solo sa cosa perché un medico incompetente non è stato abbastanza bravo da impedirglielo.
L’uomo si prende qualche secondo per guardarlo come guarderebbe una ballerina di flamenco uscita all’improvviso dalle fogne facendo saltare il tombino con una sventagliata decisa, e poi schiude le labbra.
- …io non sono un cinquantenne, tanto per cominciare. – precisa piccato, - E lei indubbiamente ha una spiccata fantasia. – aggiunge atono, annuendo impercettibilmente, - Ma non accadrà niente del genere. Devo solo allenare la squadra di calcio di mio figlio per i campionati scolastici, niente di—
- Oh, bene, quindi ci sono di mezzo dei bambini. – prende nota Zlatan, serissimo, - Ancora peggio, dunque. Lo sa quanti genitori avanti con l’età muoiono stroncati da un infarto mentre inseguono la progenie? No? Be’, non glielo dico perché non voglio spaventarla, ma sono tanti.
- Oh, ma per favore! – lo interrompe l’uomo, roteando gli occhi, - Sopravvivrò senza alcun problema, ora se vuole—
- No, lei non ha capito. – insiste Zlatan, - Io in genere non occupo questo posto all’interno della struttura ospedaliera. E—
- E questo l’avevo anche capito da solo, guardi.
- E non posso proprio – riprende Zlatan, ignorando la sua interruzione, - non posso proprio rilasciarle questo certificato se non mi fornirà specifiche esatte su quello che andrà a fare sul campo, sul ruolo che andrà a ricoprire, sul numero delle ore che si suppone lei debba impiegare al seguito di questi bambini e—
Zlatan non si era mai reso conto di quanto i lettini ospedalieri fossero scomodi. Probabilmente perché non ne aveva mai utilizzato uno prima d’ora. E, in effetti, non ricorda di aver permesso esplicitamente o anche implicitamente all’uomo che ha di fronte di prenderlo e ribaltarlo sul suddetto lettino, men che meno di baciarlo, poi, perciò si sente pienamente in diritto di ribellarsi, agitandosi come un’anguilla dentro la sua presa ferrea malgrado l’età e provando a spingerlo all’indietro, tutto sommato con scarsi risultati.
- Ma che sta facendo?! – strepita, piantandogli le mani sul petto, non appena lui gli lascia abbastanza spazio da tirarsi indietro, sottrarsi al bacio e ricominciare a respirare. L’uomo non si muove di un millimetro, resta piantato fra le sue cosce e si spinge contro di lui in un gesto secco e immediato, che gli tira via quel po’ di fiato che ancora conservava nei polmoni.
- Volevo zittirla, e questo m’è sembrato il modo più sbrigativo. – si giustifica lui, scostandogli di dosso il camice e tirandoglielo indietro abbastanza da incastrargli fastidiosamente le braccia dietro la schiena. – Adesso però vedo che l’idea potrebbe avere risvolti perfino più positivi di quanto avessi immaginato. – aggiunge con un ghigno in parte sarcastico e in parte compiaciuto.
Zlatan spalanca gli occhi, il respiro che si fa più svelto mentre cerca invano di liberarsi e, dimenandosi insensatamente, non ottiene altro che continuare a strusciarsi con maggior forza contro il suo bacino.
- Che cosa avrebbe intenzione di fare? – chiede, cercando di allontanarsi il più possibile, ma l’uomo gli si avvicina e lo bacia ancora, quasi con violenza.
- Le dimostro la mia sana e robusta costituzione. – risponde lui, soddisfatto.
Zlatan ha appena il tempo di provare a spostare le gambe per, magari, chiuderle, che si ritrova ribaltato, lo stomaco schiacciato contro il materasso sottile e scomodissimo del lettino e le braccia ancora incastrate dietro la schiena, solo che adesso può esercitare su di esse un controllo addirittura minore rispetto a prima, dato che il tizio lo tiene ben saldo con una mano per le maniche e con l’altra per un fianco, rendendogli impossibile qualsiasi tipo di movimento. A meno che non sia un movimento che lo costringa ad urlare per il dolore, ed urlare vorrebbe dire attirare l’attenzione, e attirare l’attenzione vorrebbe dire portare almeno la metà dei suoi cosiddetti colleghi a fare irruzione nella stanza per trovarlo immobilizzato e sottomesso da un nonnetto, in pratica, e se Zlatan vuole avere qualche speranza di sottrarsi al bullismo imperante che Guardiola, con tutte le sue distrazioni, non riesce ad arginare, be’, questa non è una possibilità ammissibile.
- Mi lasci andare immediatamente! – ordina, col più deciso dei toni che riesce a tirar fuori dal fondo dello stomaco, ma tutto ciò che esce dalle sue labbra è un’implorazione impaurita e un po’ strozzata. Il tipo gli sorride sulla nuca, e la schiena di Zlatan si ricopre di brividi.
- Faremo in modo che questa visita duri il più brevemente possibile. – gli sussurra all’orecchio con tono rassicurante, e Zlatan sente il bisogno quasi fisico di urlare. Gli esplode nel petto, gli fa perfino male, ma non cede. E il tipo ride. – Non hai ancora chiesto aiuto. – gli fa notare, e Zlatan sente stridere fastidiosamente nelle orecchie il tu confidenziale che s’è sentito in diritto di usare con lui senza nemmeno chiedergli il permesso. Come non gli ha chiesto il permesso di ribaltarlo sul lettino, d’altronde, e come non chiede il permesso quando gli sfibbia i jeans e li lascia scorrere lungo i suoi fianchi magri e poi lungo le sue gambe, liberandosene celermente per poi tornare a schiacciarsi contro le sue natiche.
Zlatan sente la sua erezione nonostante il tessuto spesso dei jeans, ed il primo pensiero che formula è anche il più assurdo, nonché il più imbarazzante, e cioè che sì, l’uomo qui sembra davvero di sana e quanto mai robusta costituzione. Vorrebbe avere le mani libere per potersi coprire il volto con vergogna, ma sono ancora bloccate, e lui non può fare altro che abbassare lo sguardo e cercare di reprimere i gemiti quando il portoghese lo accarezza fra le natiche con due dita umide, cercando la sua apertura.
- Cristo! – ansima agitato, ed è felice, nell’infelicità, naturalmente, di essere carponi contro il lettino. Così, almeno, non dovrà giustificare di fronte al dannato sorriso supponente di quell’uomo l’erezione prepotente che sta schiacciando sul materasso.
Il tizio, comunque, lascia andare una risatina lieve, impalpabile, terrificante, e spinge le dita in fondo al suo corpo. Senza fretta, quasi senza attrito, costringendolo col movimento del proprio bacino a strisciare lungo la superficie del letto. Zlatan geme a bassa voce quando il materasso accarezza la sua erezione, e geme ancora più forte quando le dita dell’uomo trovano la sua prostata. Può sentire il suo sorriso estremamente soddisfatto sulla pelle del collo, sente la sua lingua tracciare disegni insensati appena sotto il suo orecchio e rabbrividisce, e poi geme ancora, e a quel punto il portoghese sfila entrambe le dita – costringendolo a un mugolio sofferto e impaziente – e subito dopo le sostituisce con la propria erezione, spingendosi a fondo in un unico colpo deciso che spinge Zlatan di parecchi centimetri in avanti sul materasso.
Zlatan annaspa, spalanca gli occhi e schiude le labbra, cerca di inspirare quanta più aria possibile ma è dura, è durissima quando si sente pieno fino a scoppiare e così genuinamente e profondamente sorpreso da tutto da rendersi conto già da solo che dentro di lui non c’è più spazio per nient’altro che non sia lo stupore e il cazzo dello sconosciuto che se lo sta scopando. È la cosa più disturbante che gli sia mai capitata, la più dolorosa e, al contempo, la più eccitante.
Il portoghese gli lascia libere le braccia, e Zlatan le usa immediatamente per ancorarsi ai lati del lettino, cercando di assicurarsi alla struttura metallica per avere la certezza che non cadrà per terra. Continua a gemere ad ogni spinta, sputando fuori l’aria per la quale dentro di lui non c’è più posto, e ad ogni spinta avanza un po’ di più sul materasso, e la sua erezione struscia contro il tessuto plastificato che riveste il lettino, e la frizione, dentro e fuori e attorno a lui, è talmente forte da bruciare, da fargli quasi male, e se non fosse così devastantemente piacevole Zlatan è certo che a questo punto, a dispetto di tutto, comincerebbe a urlare davvero.
E invece l’uomo lo aiuta a sollevarsi dal lettino, a rimettere i piedi per terra, a trovare una posizione migliore, e quando i loro corpi sembrano essersi incastrati così perfettamente da non poter proprio chiedere di più comincia ad accarezzarlo lentamente, per tutta la sua lunghezza, rifiutandosi ostinatamente di seguire lo stesso ritmo delle proprie spinte per frustrarlo ancora di più, per costringerlo a mordersi le labbra e implorare, e Zlatan lo fa, si morde le labbra e implora, ancora, di più, più forte, e il portoghese lo afferra saldamente per un fianco e spinge, spinge, spinge, mentre l’altra mano lo accarezza più velocemente, e quando Zlatan trattiene il respiro ed inarca la schiena e cerca in tutti i modi, in tutti i dannatissimi modi, di non lasciare andare l’uggiolio stremato che spinge per uscire dal fondo della sua gola quando viene, il dannato bastardo si allunga a mordergli la nuca così forte che, un po’ per lo stupore e un po’ per il dolore, Zlatan perde il controllo sul proprio corpo, e quello stupido gemito viene fuori, e Zlatan è senza forze, e si accascia sul lettino come privo di vita, scosso dal suo stesso respiro spezzato e pesante.
È stata la cosa più orribile della sua vita. È stata anche la più bella. Quando entri a medicina non ti dicono che potresti finire a lasciarti scopare da uno sconosciuto stronzo su un lettino scomodissimo il giorno in cui le palle ti girano a mille perché per i tuoi colleghi eri e resti il pivello da bastonare ad ogni occasione favorevole.
Imprevisti che rendono piacevole il mestiere, si dice con un mezzo ghigno, rimettendosi dritto e sistemandosi addosso i vestiti mentre il portoghese, perfettamente soddisfatto e tanto pieno di sé che se l’ego fosse fatto d’elio prenderebbe sicuramente il volo, tira su i pantaloni e li spiega lungo le gambe in pochi gesti mirati e decisi.
Zlatan si siede alla scrivania – non senza qualche difficoltà, ma cerca di non darlo a vedere – recupera un modulo, lo compila, lo firma, sorride serafico e lo passa al bastardo.
- Congratulazioni, signor Mourinho, lei è in perfetta salute. Spero che si diverta, coi suoi bambini.
Il tipo sbuffa una risata divertita, afferra il foglio con un movimento spiccio e lo saluta sbrigativamente.
- Potrei aver bisogno di controlli periodici. – dice, poco prima di abbandonare la stanza.
Zlatan resta immobile per parecchi secondi, giusto per assicurarsi di non trovarlo lì fuori una volta uscito dalla stanza. Poi si alza in piedi, abbandona la sala visite e torna all’accettazione. Alcuni dei suoi colleghi non ci sono più, altri sono andati e tornati, altri non si sono mai mossi. Bojan è seduto sul banco, mangia un enorme muffin al cioccolato e finge di arrossire pudicamente alle battute dei ragazzi sulla sua misteriosa sparizione di più di un’ora.
Quando lo vedono arrivare, sono tutti stupiti del sorriso che gli increspa le labbra.
- Be’? – chiede Gerard, inarcando un sopracciglio, - Ti sei divertito?
Zlatan scrolla le spalle, vago.
- È stata un’esperienza interessante. – risponde, - A voi non dispiace, vero, se lo rifaccio anche domani, mh?
I suoi colleghi lo guardano spalancando gli occhi, increduli.
- Ma dici sul serio? – chiede Xavi, sporgendosi a guardarlo per capire se stia male o meno. Zlatan si limita a sorridere con maggiore convinzione, stringendosi serenamente nelle spalle. Quella delle visite ordinarie potrebbe davvero essere la sua vocazione, dopotutto.
Bonus.
Bojan si chiude la porta alle spalle e, per qualche secondo, vi rimane appoggiato, cercando di non sorridere come invece vorrebbe fare. Non è mai stato bravo a trattenere dentro di sé le espressioni di gioia – o di qualsiasi altro tipo – comunque, per cui un angolo della sua bocca si ostina a piegarsi verso l’alto in un sorrisino colmo di ansia, emozione e impazienza che è felice Guardiola non possa notare, preso com’è a fingere di interessarsi agli incartamenti che sta visionando, pur di non interessarsi a lui.
- Hai lasciato da parte qualcosa d’importante, prima di venire qui? – chiede atono, firmando documenti senza sollevare lo sguardo dai fogli.
Bojan ci riflette su. Il signor Ortega probabilmente non vedrà la luce di domani, ma al momento non importa.
- No. – risponde placido, - Tutti i pazienti sono stabili e fuori pericolo. – a parte il signor Ortega che è stabile e in pericolo, ma qualcuno troverà sicuramente il tempo e il modo di occuparsi di lui, dovesse peggiorare ancora.
- Ottimo. – risponde Guardiola, annuendo soddisfatto. Dopodiché si mette in piedi e fa il giro della scrivania, appoggiandosi al bordo con entrambe le mani e guardandolo dritto negli occhi. Bojan comincia a sentire quel familiare formicolio che lo prende sempre al bassoventre e che poi si diffonde in tutto il suo corpo, anestetizzandolo, ogni volta che lui lo guarda in questo modo. – Avvicinati. – dice soltanto, e per Bojan è una richiesta più che sufficiente: si avvicina, sì, e sfila il camice, che lascia cadere a terra senza un pensiero di più, e si inginocchia di fronte a lui non appena è abbastanza vicino da poter sfiorare il suo profilo col proprio.
Accarezza con la punta del naso la sua erezione, ancora nascosta dentro ai jeans, e lascia andare un mugolio grondante di voglia quando una mano di Guardiola scende ad accarezzargli lo zigomo ed il mento, costringendolo a guardare in alto per poi sfiorargli le labbra col pollice in una carezza a tratti riverente e a tratti perfino profanatrice, tanta è la forza con la quale s’impone sulla morbidezza della sua bocca.
Bojan lascia passare il pollice, lo accarezza con la punta della lingua, lo succhia con forza e lo lascia andare solo quando Guardiola geme, e comunque non prima di averlo mordicchiato giocosamente ed averlo trattenuto fra i denti, sorridendo, per un paio di secondi.
Slaccia la cintura, sbottona i jeans e tira giù la zip, gioca con la sua erezione per qualche secondo, prima di sporgersi in avanti ed accoglierla fra le labbra. Guardiola lo afferra per i capelli, dimentico di ogni premura, e Bojan lo lascia fare, permettendogli di essere lui a stabilire il ritmo con cui lui lo prende disinvoltamente fino in gola, senza neanche un gemito che non sia di puro apprezzamento.
Guardiola ride, scopandogli la bocca senza gentilezza.
- Sei un portento. – commenta divertito, e poi lo costringe ad allontanarsi dal suo cazzo ancora teso, aiutandolo ad alzarsi in piedi. Le sue labbra sono gonfie, arrossate ed umide, ed i suoi occhi sono lucidi di voglia. Guardiola lo trae a sé in un gesto brusco e lo bacia affamato, mentre le mani di Bojan tornano automaticamente a cercare la sua erezione e la accarezzano lente, provocanti, insopportabili.
Guardiola grugnisce, Bojan sorride e, quando osserva tutti i documenti cadere sul pavimento, spinti dalla furia dell’uomo, impaziente di fargli posto sulla scrivania, si lecca le labbra, colmo d’impazienza.
Guardiola lo afferra per i fianchi, lo solleva e lo mette seduto di peso sul tavolo, infilandosi fra le sue cosce e quasi strappandogli via i pantaloni di dosso. Bojan inarca la schiena quando sente la sua erezione premere contro la propria, ed espone il collo ai suoi baci e ai suoi morsi. Le labbra di Guardiola sono calde, insaziabili, lo confondono fino a fargli perdere il senso del tempo, e tutto ciò che riesce a fare è dimenarsi sotto il suo corpo per far sì che le loro erezioni sfreghino l’una contro l’altra ancora e ancora e ancora, e continuerebbe volentieri così all’infinito se Guardiola non decidesse di riprendere in mano la situazione e tirarsi indietro abbastanza da posizionarsi fra le sue natiche.
Il suo cazzo è ancora umido e scivola dentro di lui in una spinta lenta, aiutato anche dall’abitudine e dalla voglia matta che lo scuote da dentro, portandolo a spalancare le gambe e poi serrarle attorno ai suoi fianchi, incrociando le caviglie dietro la sua schiena al solo scopo di trarlo più decisamente contro di sé, per sentirlo più in fondo.
- Piano… - mormora Guardiola, quando lo sente gemere a voce più alta, ma Bojan scuote il capo, i capelli umidi di sudore che gli si appiccicano alle tempie ed al collo, e continua a muoversi sempre più velocemente, tanto che per qualche minuto Guardiola non deve neanche fare la fatica di spingere. Riprende a muoversi, sorridendo intenerito, solo quando il respiro del ragazzo si fa affannoso e stanco, anche se non per questo Bojan rinuncia a dimenare il bacino: gli occhi serrati e le labbra umide appena dischiuse, continua a muoversi e si accarezza distrattamente fra le cosce, mentre Guardiola pianta entrambe le mani sulla scrivania, ai lati del suo corpo, e detta al loro amplesso un ritmo diverso, più forte, quasi animalesco. E Guardiola ringhia, piegandosi sul corpo di Bojan scosso dai brividi dell’orgasmo che esplode fra le sue dita e i loro corpi, e gli morde le labbra, il lobo, il collo, la spalla, spingendosi con più forza possibile dentro di lui finché non sente l’orgasmo scaldargli il ventre. Solo a quel punto smette di muoversi, esce dal suo corpo e si masturba sbrigativamente, fino a venirgli addosso, qualche schizzo che sfugge al controllo andando ad imbrattargli il viso, e Bojan è semplicemente splendido mentre strizza un occhio, più per posa che per paura di essere colpito davvero, e si passa provocatoriamente un dito sopra la guancia, raccogliendo qualche goccia del suo piacere per portarla alle labbra, in un timido tentativo di assaggio, guardandolo dritto negli occhi.
Guardiola ride, scuote il capo, gli accarezza una guancia e lo bacia celermente sulle labbra, prima di porgergli una salvietta ed aiutarlo a ripulirsi e risistemarsi.
- Sei un portento, davvero. – gli ripete, - Un vero talento nel tuo campo.
- Sta per caso lasciando intendere che il mio campo non sarebbe quello della professione medica, dottor Guardiola? – ridacchia lui, un po’ prendendolo in giro e un po’ semplicemente flirtando. Guardiola ride ancora e lo bacia un’ultima volta.
- Torna al lavoro, Krkic. – lo saluta con un cenno del capo, mettendosi a raccogliere i documenti sparsi per terra. Bojan saluta a propria volta, recuperando il camice e abbandonando la stanza, e per un secondo pensa al signor Ortega e si chiede se non dovrebbe per caso magari passare a trovarlo.
Lo farà più tardi, decide alla fine. Prima ha voglia di un muffin.