HAVE THE GUTS
When you go, would you have the guts to say
"I don't love you like I loved you yesterday."
Zlatan si inarca sotto di te, ansimando pesantemente. Il suo respiro sa di
passato e nostalgia, lasci che ti sfiori le labbra e lo assaggi sentendoti
piccolo e sbagliato per la prima volta nella tua intera esistenza. Ti spingi a
fondo dentro di lui, che allarga le gambe per accoglierti più profondamente
possibile, ed accarezzi la sua pelle calda e sudata seguendo il percorso
definito dai muscoli del petto e del ventre, fino al bacino. I suoi occhi si
schiudono, liquidi e annebbiati di voglia. Solleva un braccio – ti concentri sui
disegni che ne decorano la pelle perché il suo sguardo s’è fatto
inspiegabilmente pesante – e ti accarezza piano il viso, dall’orecchio alle
labbra, che sfiora con un pollice. Lo trattieni fra i denti, accarezzandolo con
la lingua, mentre stringi la sua erezione fra le dita e pompi, osservandolo
inarcarsi ancora sotto i tuoi tocchi, gettando indietro il capo ed esponendo il
collo, sul quale ti avventi come fossi assetato del suo sangue. Mordi, baci,
lecchi, succhi ogni centimetro di pelle disponibile – questi sono i momenti in
cui ti sembra di volergli lasciare addosso un marchio perché lui, con te, non ci
riesce più.
Non sai se sia la distanza o il fatto che ormai vi vedete sempre più raramente.
Non sai se sia perché ormai non condividete più nemmeno un obiettivo, non sai se
sia perché prima era diverso, era sempre al tuo fianco e combattevate per lo
stesso motivo, dallo stesso lato della barricata. State ancora combattendo,
adesso, solo che l’obiettivo non è più lo stesso, e forse è per questo che ormai
tutte le vostre carezze sanno solo di qualcosa di perso che vi rifiutate di
lasciare andare del tutto. Chissà poi perché.
Ti allontani da lui subito dopo essere venuto, perché lo senti scottare in
maniera fastidiosa sopra e sotto la pelle. Ti stendi al suo fianco e fissi il
soffitto, ascoltando il suo respiro tornare normale e la sua pelle tornare
tiepida, il sudore che comincia ad asciugarglisi addosso.
Non avete parlato nemmeno una volta, da quando sei lì. Il tuo aereo ripartirà
fra poco più di due ore e tu ti sollevi lentamente sul materasso, facendo leva
su entrambe le braccia, voltandoti a guardarlo. Zlatan non ti ricambia lo
sguardo. Immobile sul letto disfatto, fissa la porta chiusa quasi con
insistenza, cupo, le labbra tese in una smorfia addolorata, le sopracciglia
lievemente aggrottate e le punte ricce dei capelli umidi a solleticargli le
guance e le tempie.
Sospiri profondamente, alzandoti in piedi e cominciando a rivestirti.
Senti la sua voce solo una decina di minuti dopo, a due passi dalla porta.
- Trova almeno le palle per dirmelo. – dice atono, e le tue dita si stringono
convulsamente attorno alla maniglia. Tu, però, non trovi il coraggio di
voltarti. E nemmeno quello di rispondere.