AND JUSTICE FOR ALL


- C’è gente che viene pagata per fare questo lavoro. – sbotta José, annoiato a morte, cercando di continuare a dirigere la squadra ed aiutarlo a sciogliere i muscoli contemporaneamente.
- Non sono tanto bravi. – mente Mario, concedendosi un mezzo sorriso da bambino cattivo, - Concentrati, mister, che se non stai attento fai danni.
- Io e te dovremo ridiscutere questa faccenda del darmi del tu. – ringhia l’allenatore, indispettito, - Ti pare che qualcun altro oltre te si permetta di prendersi certe confidenze nei miei confronti?
Mario scrolla le spalle.
- Ibra lo fa. – risponde con falsa innocenza. José guarda altrove.
- Ibra è un’altra cosa. – risponde, - E comunque non ho mai dato il permesso neanche a lui, se l’è preso e basta. – lo fissa, inarcando un sopracciglio, - E tu non hai le qualità per farlo.
Mario gli ricambia lo sguardo, e i suoi occhi brillano. Il piede, coperto solo dal calzino e fino a poco fa saldamente incastrato tra la mano e il fianco del mister, scivola lungo il suo ventre, pressandosi appena fra le sue gambe. Tenendosi sollevato da terra coi gomiti, Mario lo fissa e basta, quasi con ostinazione, continuando ad accarezzarlo lentamente attraverso il cotone sottile dei pantaloni della tuta.
- Mario. – grugnisce José, con estremo disappunto, - Non in mezzo a tutti.
- Fermami. – risponde sbrigativamente lui. José è furioso, può vederlo dalla piega delle sue sopracciglia e dall’ombra scura che rende opachi i suoi occhi. Porta entrambe le mani ad afferrare il suo piede, per qualche secondo Mario si permette anche di pensare che forse lo fermerà davvero, ma poi José si rilassa, i suoi occhi si chiudono e alle sue labbra sfugge un sospiro rassegnato mentre, lontano dagli sguardi indiscreti di giocatori ed assistenti, impegnati a lavorare seriamente, loro sì, in mezzo al campo, si struscia contro di lui, cercando di contrastare le sue carezze con spinte brevi e discrete, sperando più che altro nella buona sorte.
Quando José si ferma all’improvviso, strizzando le palpebre con forza per un millisecondo che lo riempie di soddisfazione, Mario sorride e si inumidisce le labbra.
- …la tua gamba – deglutisce José, staccandosi repentinamente da lui con imbarazzo palese, - è troppo in forma, per essere quella di uno che s’è accasciato in terra in preda ai crampi dieci minuti fa. – borbotta, mollandolo lì e dirigendosi speditamente verso il primo bagno disponibile all’interno del centro sportivo.
Dopo averlo osservato scomparire oltre la porta, Mario resta disteso e guarda il mondo circostante sentendosi forte. Senza nessun motivo in particolare.
Cerca Zlatan, e quando lo trova vede che lui lo sta già guardando. Sorride, chiedendosi da quanto lo stia facendo, e sorride perfino con maggiore convinzione quando lo vede cambiare espressione – da sbigottita a furiosa – ed allontanarsi a grandi passi verso il punto più lontano da lui sull’intera superficie del campo.
- C’è chi la chiamerebbe vendetta. – commenta Davide, apparso dal nulla sulla panca poco distante. Mario ride, alzandosi in piedi e saltellando brevemente sul posto per rimettersi in condizioni di allenarsi.
- Io la chiamo giustizia.