ATTO PRIMO
Stokholm Syndrome
Scena Prima.
Crisi di panico.
Non ne aveva più sofferto per anni. Aveva imparato a controllare i propri
nervi, focalizzava la tensione trasformandola in euforia e, con l’adrenalina a
mille, sistematicamente finiva per fare cose stupide in momenti inadeguati.
Era una caratteristica tipica della sua personalità, non aveva più bisogno
di spiegarsi, ormai ci si erano abituati un po’ tutti. Dominic, Chris e Tom per
primi, ma anche chiunque avesse l’abitudine di lavorare con loro sapeva che,
prima della fine del concerto, lui avrebbe fatto una vaccata x qualunque – che
fosse buttarsi addosso a Dom o Chris come al solito o fare qualche dichiarazione
idiota o esibirsi in un balletto cretino sul palco – che gli desse la sensazione
di essere assolutamente libero, vivo e felice. E che gli togliesse di dosso la
tensione.
Solo che quella sera non era la solita euforia pazzoide ad animarlo. No,
purtroppo quella sera si sentiva calmo, quasi concentrato.
E con i nervi a fior di pelle.
Di crisi di panico aveva ricominciato a soffrire di recente. Precisamente
da circa due settimane.
Grazie al cielo i concerti in quel periodo erano stati limitati di numero,
lui era riuscito in qualche modo a rimandare giù il nodo che gli mozzava il
respiro in gola e le esibizioni erano state né più né meno come le altre volte.
Così che nessuno si era neanche accorto di quello che gli rodeva dentro.
Anche perché lui aveva badato a fare in modo che nessuno lo sapesse.
Da quando Gaia se n’era andata - chiudendo la porta e lasciandosi dietro
solo la scia sottilissima del rumore di tacchi e del profumo che le aveva
regalato quando l’aveva portata con sé a Parigi – lui non aveva detto a
nessuno che la sua storia meravigliosa era finita.
Semplicemente.
Il giorno in cui lui le aveva chiesto di sposarlo.
Il bello stava nel fatto che fosse successo tutto per caso. Non aveva
preparato grandi scene, una cena a lume di candela, un anello fantastico…ma
nemmeno un mazzo di rose rosse che avrebbe fatto impallidire la donna più
adulata e corteggiata del mondo. Lui le aveva solo chiesto se voleva sposarlo e
l’aveva fatto così, d’istinto, una sera che erano tutti e due davanti alla TV
sfoggiando l’una un improbabile pigiama rosa a fiori e l’altro una simpatica
felpa di Duffy Duck che non ricordava nemmeno quando aveva comprato e perché.
Durante una pausa pubblicitaria si era voltato, aveva visto il profilo di
Gaia concentrato sullo schermo e sulle immagini che scorrevano, aveva visto i
suoi occhi farsi man mano piccoli ed assonnati, ed aveva pensato che era
bellissima e che se l’avesse persa sarebbe morto.
-Vuoi sposarmi?
Lei si era voltata. Lo aveva fissato e gli occhi erano tornati enormi e
lucenti nel suo spazio visivo. “Così è ancora più bella”, aveva pensato Matt
sorridendo senza smettere di ricambiare il suo sguardo.
Ci aveva messo un po’ a realizzare. Matt aveva osservato tutti i gradi
della comprensione affacciarsi uno dietro l’altro sul suo viso e li aveva
studiati come qualcosa di prezioso. Così si era reso conto di tutto ancora prima
che succedesse, lo aveva avvertito come una fitta al cuore e poi lo aveva
sentito pronunciato dalle sue labbra.
Prima rimandare – “Matt…così. Su due piedi…cosa posso risponderti?”.
Tanto per cominciare non è su due piedi! Sono sette anni che stiamo
assieme, hai presente? Una mezza idea hai avuto tempo e modo di fartela.
Poi rispondere. A distanza di poco. Due giorni forse. E per due giorni lo
aveva evitato come la peste.
“Mi spiace, Matt, non credo di essere pronta per una cosa così.”
Per cosa?
“Non è un tuo problema, davvero! Sono io…solo che…non mi sento in grado di
diventare la moglie di una rockstar…”
Cazzo, Gaia! Certo che è un mio problema! Porca puttana! Sono il
tuo ragazzo, ci tenevo a diventare tuo marito! È così difficile da afferrare
come concetto?
E pensare che per un momento aveva quasi pensato di dirle: “o.k, se è solo
questo il problema, è tutto a posto. Lascio il gruppo.”. Ma lei non gliene aveva
dato il tempo, i suoi tacchi ed il suo profumo camminavano già fuori della porta
e lui era rimasto solo.
E non lo aveva detto a nessuno.
…A ben pensarci era fortunato ad avere delle semplici crisi di panico.
-Sono vestito come mio nonno.- esordì quindi in tono secco e vibrante,
smettendo anche di fare finta di seguire l’esibizione dei My Chemical Romance.
Tom si voltò, inarcò un sopracciglio e lo fissò con aria interrogativa.
-Ma sì, dai, sembro un deficiente!- rincarò Matt tirando seccato i lembi
della giacca gessata.
-Non più del solito, Matt.- ridacchiò Dominic dietro di lui.
-Ahah.- mimò Matthew voltandosi appena.- Vado a cambiarmi.- annunciò al
proprio manager.
-Matt, ma che motivo hai?- lo fermò lui.- Insomma…sei come sempre.
-“Stai bene” sarebbe troppo, vero Tom?- rincarò Chris suscitando di nuovo
le risatine di Dominic.
Stavolta l’occhiataccia del chitarrista arrivò ad entrambi.
-Scusa!- si affrettò a dire Dom trattenendosi a stento dal ridere
apertamente.
-Piantatela!- li riprese Tom con il tono che avrebbe usato con un gruppo di
scolaretti.- E, Matt, stai bene.- disse soltanto.
-Ma no, davvero, dai! Sembrano i vestiti che mio nonno avrebbe usato al suo
funerale potendo scegliere!- protestò stizzito il cantante continuando a tirare
e spiegazzare la giacca con insofferenza palese.
-E questo dimostra come il cattivo gusto sia ereditario…- borbottò Chris a
mezza voce. E Dominic semplicemente non ce la fece più ed iniziò a ridere come
un cretino.
-Ragazzi!- li rimbeccò Tom nuovamente, senza ottenere alcun effetto, perché
bassista e batterista sembravano assolutamente presi da un attacco di ilarità
feroce.- Matt, se devi cambiarti fallo e chiudiamola qui, ma sei peggio di una
donna!- soffiò esasperato.
“Ah, e se ti dico che dei vestiti non me ne frega nulla ma ho assoluto
bisogno di allontanarmi da qui perché sto per mettermi ad urlare, lo troveresti
più accettabile?”, pensò Matthew.
Ma non disse nulla e semplicemente ritornò nel backstage, allontanandosi
dal palco e cercando di ricordare a memoria la strada per l’uscita.
Solo che, si sa, se hai una fretta dannata di fare una cosa, puoi stare
certo che tutto si metterà contro di te. Lui ovviamente non si ricordava affatto
dove fosse l’uscita, perché quando li avevano accompagnati lì quella mattina era
troppo impegnato a far casino con gli altri due componenti della band per
prestare attenzione a qualcosa. Chiese informazioni, gli diedero delle
indicazioni, sbagliò completamente e si ritrovò in un groviglio infinito di
stanze create con muri prefabbricati ed addossate le une alle altre in una
specie di incomprensibile labirinto.
…Ma poi che funzione avevano?!?
Se lo chiese mentre sbirciava oltre ogni soglia alla ricerca di uno
spiraglio che lo riportasse indietro o lo conducesse finalmente all’aria aperta.
Solo che era quasi sicuro che le scale non le avessero fatte all’andata…
Sbucò su una terrazza. Ci arrivò quasi per caso, nel girare l’ennesimo
angolo la vide da lontano e pensò che sarebbe stata meglio quella di niente. Ci
si infilò risolutamente e tirò un respiro profondo.
-Merda!- fu il suo primo commento.
L’uomo seduto sul parapetto alzò gli occhi dal cellulare che stava
studiando con attenzione e li fissò su di lui con apatica indifferenza.
Un sorrisetto cattivo tirò le labbra truccate.
-Sono felice anch’io di vederti, Bellamy.- salutò Brian Molko.
-Io non sono affatto felice di vederti!- sbottò Matt, cercando di decidere
se voleva rientrare e troncare lì quel “grazioso” incontro o cacciarlo via a
pedate e tenersi la propria terrazza anti-panico- “Merda” generalmente è un
termine che si usa quando si avevano altre idee per impegnare il proprio tempo.-
spiegò quindi.
Molko chiuse il flick del cellulare e lo rimise in tasca, tirandosi dritto
e continuando a fissarlo con una condiscendenza pietosa che gli fece ribollire
il sangue nelle vene.
-Sì, immaginavo.- ribatté pacato il frontman dei Placebo.- Così come il mio
era un commento ironico, ma presumo che l’ironia sia un concetto che tu abbia
qualche difficoltà ad afferrare.
-Mi stai dando dell’idiota?- gli chiese Matt a denti stretti.
-Hai anche dei dubbi?- ritorse Brian fingendosi palesemente stupito da una
simile possibilità.
Per prima cosa Matt approdò alla consapevolezza che era abbastanza
arrabbiato da odiare l’Universo intero. Ciò comportava che il fatto di odiare
un…collega con la puzza sotto il naso ed un atteggiamento di palese
ostracismo nei confronti suoi e di tutta la sua band non fosse una cosa
particolarmente complicata da realizzare. Anzi.
E siccome si sa che i pensieri sono una catena ininterrotta che ha una
certa facilità a prendere chine non previste e lui doveva ammettere che i litigi
fanno bene al cuore quando sei in piena crisi di panico e vuoi solo trovare una
scusa plausibile per urlare e non farti dare del pazzo, il passo per prendere la
decisione di non muovere un muscolo da lì fu davvero breve.
-Ma chi diavolo ti credi di essere?!- sputò fuori Matt a denti stretti.
Molko rise di lui.
-Un tizio che stava qui a farsi un mare e mezzo di cazzi propri e si è
visto te piombare a prenderlo a parolacce.- fece notare cortesemente.
L’ironia beffarda che ostentava era sufficiente a far desiderare a Matt di
saltare i convenevoli e passare direttamente alle botte. Lo fissò malevolo.
Nella propria stizza compiaciuta si disse che era solo una vecchia puttana
truccata che miagolava irritata contro di lui.
…Poi si disse che era un idiota nel pensarlo e scrutò quegli occhi dal
colore impossibile irriderlo palesemente. Non fosse stato l’oggetto di quello
scherno avrebbe trovato la loro espressione affascinante.
Prese fiato, incrociò le braccia sul petto, si rivestì di una
sfacciataggine pari quasi alla beffa dell’altro e rispose.
-Se non ti sta bene, puoi sempre andartene.- ritorse semplicemente, ben
sapendo che, a quel punto, Molko si sarebbe fatto ammazzare piuttosto che
cedergli terreno.
Questo gli fece capire, incontestabilmente, come stesse cercando solo ed
esclusivamente la lite. A riprova che i pensieri prendono decisamente chine non
previste, ma cosa ben peggiore ti avvertono di rado dei punti di arrivo ai quali
tendono. Accettò comunque che il proprio punto di arrivo dovesse essere una
scazzottata con il collega sul terrazzo di un forum e si concentrò sul senso di
benessere che ne sarebbe seguito in ogni caso.
Fu per questo che accolse con perverso piacere le parole successive di
Molko.
-Ah, ma non preoccuparti per me, sono abituato ad ignorare le nullità.
Basta che non fai troppo rumore.- aggiunse in un sussurro suadente, stringendo
gli occhi come un gatto e sporgendosi in avanti.
“Coglione esibizionista!”, pensò Matt.
Ma provò un brivido nel trovarsi quel viso truccato davanti.
Sputò fuori una mezza risata, condita da una tale dose di rabbia ed odio
che lasciò disorientato l’interlocutore e lo indusse a ritirarsi dritto. Molko
lo guardò perplesso, scrutandolo da sotto le palpebre pesanti e restando così
immobile ed attento che per qualche istante Matt fu tentato di scuoterlo solo
per vedere se era vivo.
Era davvero una vecchia sgualdrina, considerò quietamente. Occhi neri,
labbra al lip-stick…sembrava una di quelle donne di quarant’anni che si conciano
come ragazzine di quindici e farebbero fuggire un maschio a centinaia di
chilometri di distanza solo con la propria presenza. Chissà cos’era che attirava
tanta gente? Lui lo trovava patetico….E questo, magari, poteva portarlo a
trovarlo divertente. Ma sicuramente non aveva assolutamente nulla di
attraente.
…A parte gli occhi, forse.
…A parte la posa rilassata che assunse nel sistemarsi contro la balaustra
di ferro.
A parte la pelle candida che s’intravedeva attraverso il colletto della
camicia. Chiunque può fare uscire centimetri della propria pelle dal dannato
colletto di una camicia, basta dimenticarsi di abbottonarla, ma era quasi certo
che nessuno potesse fare uscire due centimetri di collo dal fottutissimo
colletto di una fottutissima camicia e fare subito pensare oscenità al
prossimo.
Puttana.
Non c’erano molti altri modi per definirlo.
“Le puttane sono anche maschi”, si disse Matthew ragionevole, “E’ un lavoro
onesto…”.
Quando vide il volto dell’altro spostarsi sulle luci della città ai piedi
del forum, questi pensieri furono sostituiti da altri. Connessi con il fatto che
Brian lo stava davvero ignorando e, cosa più grave, questo gli avrebbe
tolto il suo litigio e la scusa per urlare.
-Come mai sei quassù tutto solo?- indagò canzonatorio.
Istintivamente, senza neppure riflettere, ed un momento dopo si disse che
era bravo, un’ottima scelta. Sì.
-Potrei farti la stessa domanda.- sbadigliò Brian, senza, ovviamente, dare
sentore di voler rispondere e senza nemmeno guardarlo mentre gli ritorceva la
richiesta.
-Paura che esibendovi dopo di noi facciate troppa brutta figura?- continuò
imperterrito l’inglese. Uno sguardo di sottecchi. Aveva colpito, registrò- Oh,
sta tranquillo, Brian, faremo del nostro peggio, almeno vi eviteremo i
fischi e gli insulti…- promise sibillino Matt.
-Chissà come mai hanno chiesto a noi di chiudere la serata?- domandò
quietamente Brian, tornando a guardarlo e ricominciando a sorridere sornione, in
quel modo così platealmente falso che avrebbe tratto in inganno al più un
cieco.- Ma in fondo, si sa, l’esperienza di un gruppo collaudato a fronte delle
canzoncine orecchiabili di un gruppo emergente…
“Grupp…!” Matt boccheggiò.
Erano sette fottutissimi anni che loro tre suonavano a livello mondiale! E
non si ricordava nemmeno più quanto tempo era che suonavano e basta! E
quello lì si permetteva di dargli del principiante!
Brian si accorse di aver colpito un tasto sonoro, ma la cosa non parve
interessarlo particolarmente. Gli concesse una seconda occhiata distratta,
smorzò anche il sorriso finto che gli aveva regalato e tornò a concentrarsi su
altro.
Le dita lunghe ed affusolate sfilarono un pacchetto di sigarette dalla
tasca ed uno dei cilindri di tabacco dalla propria custodia. Posò la sigaretta
tra le labbra con gesti misurati, morbidi ed eleganti, e la accese prendendo una
lunga boccata.
Solo a quel punto tornò a guardarlo. Appoggiandosi nuovamente al parapetto,
allargando le braccia e posando le spalle contro il ferro in una posa ancora più
sfrontata ed arrogante.
-O.k., adesso mi sono stufato.- soffiò fuori Brian dopo qualche momento,
con la stessa stizza di certi grossi gatti indispettiti ma troppo sicuri di sé
per agitarsi davvero. Questo riuscì a far salire la voglia di Matt, di prenderlo
a sberle fino a strappargli quell’espressione saccente dalla faccia, a vertici
mai raggiunti prima.- Ascoltami bene, Bellamy, non ho nessuna voglia di mettermi
a giocare con te, quindi torna dai tuoi amichetti e va a firmare autografi, da
bravo.- consigliò quasi con condiscendenza, agitando la mano in direzione della
porta della terrazza e descrivendo piccole scie di fumo che si sollevarono e
svanirono.
-Vattene tu.- ribadì Matt atono.
-E perché dovrei?- Brian ricominciò a fumargli in faccia, prendendo tempo e
prendendoci gusto a sputargli addosso nuvole di vapore puzzolente. Sorrise
ancora, con la stessa cattiveria falsa e teatrale che aveva esibito
dall’inizio.- Ah, sei una tortura!- sbuffò spazientito.- E va bene, vuoi
sentirtelo proprio dire?- concesse con rapidità- Non ho un solo motivo valido
per sprecare il mio tempo a litigare con te davvero. Se lo faccio davanti
ai giornalisti è perché fa pubblicità, Matthew, ma nella vita di tutti i
giorni ho cose più interessanti su cui concentrarmi che non il tuo perdurare
nelle classifiche dei dischi più ascoltati della settimana. Ora, quindi, ti
sarei grato se tornassi nella tua dimensione da giocattolo per teenagers e mi
lasciassi aria per pensare, attività che ti è sconosciuta per cui non sei
in grado di apprezzare il valore di un buon silenzio.
E detto questo, si voltò dandogli le spalle, intenzionato a porre fine a
quella storia.
Matt capì che l’unico motivo per cui continuava a rimanere lì era che
voleva fare del male a qualcuno.
Lo capì mentre fissava le spalle di Brian coperte dalla camicia bianca.
Lo capì mentre lo osservava fumare e respirare come se lui non esistesse.
E capì anche che Brian Molko era l’unico individuo nel mondo che avrebbe
potuto pestare senza provare il minimo rimorso dopo averlo fatto. Riempirgli la
faccia di pugni fino a fargli ingoiare quel dannato sorriso al lucidalabbra. E
godersi la sua espressione il mattino dopo, quando svegliandosi si fosse
guardato allo specchio per scoprire che quel muso di cui andava tanto fiero era
solo un bel ricordo del passato.
-Coglione esibizionista.
…Lo aveva detto davvero?
Brian lo guardò.
Gli occhi sgranati. Sembravano enormi sul viso da ragazza. Aveva proprio un
cazzo di viso da ragazza, realizzò Matt! E manco brutto, nient’affatto.
Nonostante tutto quel trucco da vecchia puttana.
-Come, prego?- si sentì chiedere, con una formalità fredda che nulla
nascondeva della ferocia negli occhi del leader dei Placebo.
Matt mandò giù il fiato, la bile e la tensione. Li raccolse tutti e tre, li
incamerò in un punto imprecisato del petto e da lì li espanse un po’ in tutto il
corpo. E si sentì nuovamente calmo e concentrato, e ferocemente arrabbiato.
-Coglione esibizionista.- ribadì in tono neutro, alzando la voce dal
sussurro quieto con cui si era espresso la prima volta e piantando gli occhi in
quelli dell’altro.- Mi hai sentito benissimo.- rincarò quindi.
Gli rispose il respiro corto e rabbioso di Brian, il socchiudersi cattivo
delle palpebre per fissarlo con sguardo penetrante e poi quel sibilo appena
accennato.
-Sparisci!- In un ordine che avrebbe fatto fuggire il più temerario degli
uomini.
Ma non lui.
Matt rise di Brian e rimase esattamente dov’era.
E questo ovviamente significò dichiarare guerra.
Brian tirò un respiro profondo, una nuova boccata dalla sigaretta di cui
espirò il fumo prima di gettarla oltre il parapetto, e tornò ad appoggiarsi con
noncuranza e sfacciataggine alla balaustra alle proprie spalle.
-Certo che…detto da te…ne perde parecchio, di effetto.- sussurrò pacato.-
Toglimi una curiosità, credi davvero che ci voglia molto talento a vendere
qualcosa ad un gruppo di ragazzine in calore, che hanno un orgasmo solo pensando
al tuo sguardo da cucciolo ed al tuo culo da ballerina?
L’istante dopo la formulazione di quella domanda, Matt gli aveva già messo
le mani addosso.
Per davvero, stavolta.
Lo allontanò dal parapetto, afferrandolo bruscamente per il colletto della
camicia e trascinandolo con sé mentre raggiungeva il muro più vicino. Ce lo
appiccicò di peso e, tanto per ribadire il concetto e visto che ci si trovava,
pensò bene di sollevarlo da terra appena gli ebbe fatto urtare il cemento del
forum e di risbattercelo contro con la stessa violenza.
-Sei uno stronzo!- constatò fissandolo dritto negli occhi.
E poi fece la cosa più assurda del mondo.
Invece di aspettare che la sorpresa nello sguardo di Brian Molko diventasse
rabbia ed entrambi venissero alle mani come dal principio stava cercando di
fare, Matt gli si buttò contro il viso e lo baciò.
Lo baciò davvero. Impedendogli di fuggire, tenendolo inchiodato di peso
contro il muro, e soffocando le sue proteste mentre si faceva spazio a forza
nella sua bocca.
Non era male. Neanche il sapore di tabacco era male, pensò esultando
malignamente mentre Molko tentava di spingerlo via senza ottenere nessun
effetto. Lo lasciò solo quando decise di aver voglia di assaggiare la pelle del
collo, profumata sotto le labbra. Sorridendo scostò il colletto della camicia,
respingendo bruscamente un nuovo tentativo di fuga da parte dell’altro.
-Sei impazzito?!- sibilò Brian rabbrividendo quando sentì le labbra di Matt
sfiorargli la pelle sensibile tra la clavicola ed il collo. Deglutì a vuoto, e
smise di agitarsi, accorgendosi distrattamente del sorriso di Matt.
Quando lui socchiuse gli occhi a pochi centimetri dal suo volto, Brian
pensò che facevano paura ed insieme erano la cosa più bella che avesse
mai visto.
-Potrei chiamare aiuto e ti troveresti addosso la sicurezza prima ancora di
poter dire “io”…- mormorò senza nessuna convinzione il cantante dei Placebo.
Il sorriso di Matt si allargò.
-Bene, allora fallo.- lo invitò canzonatorio.
Una piccolissima parte del suo cervello registrò la decisione di Molko di
non attuare le proprie minacce, ma la cosa non lo interessava davvero, era molto
più concentrato e soddisfatto per ciò che stava facendo e che sembrava
totalizzare la sua attenzione.
Il profumo aspro del dopobarba gli pungeva la lingua. La pelle di Brian non
era affatto morbida come poteva sembrare, era liscia e tonica, tesa sotto le sue
labbra che disegnavano la linea del mento, la curva delle spalle, il profilo
della gola…
Si staccò da lui e lo fissò. Quella cosa lo divertiva, doveva ammetterlo.
Così come trovava divertente l’espressione sorpresa di Molko, quella con
cui lo stava guardando, ricambiando il suo sguardo con una domanda muta negli
occhi. Si accorse del respiro corto e rotto dell’altro ed istintivamente seppe
con esattezza quale significato aveva.
-Beh?!- lo prese in giro ferocemente.- Sbaglio o dovevi chiamare al
sicurezza?
Dall’altro lato non venne alcuna risposta. Si beò del silenzio che era
riuscito ad imporre ad uno degli individui più sfacciati e pronti d’intelletto
che conoscesse e decise che tanto valeva vedere fin dove poteva spingersi senza
che lui lo cacciasse davvero.
Non lo aveva ancora lasciato andare e non gli permise di allontanarsi
nemmeno mentre tornava ad impossessarsi delle sue labbra, continuando a
stringerlo contro il muro. Ingaggiò una lotta silenziosa tra le loro lingue. In
un certo qual modo Brian tentava ancora di opporglisi, di scostare le sue mani
mentre s’insinuavano sotto la camicia, di respingere il suo bacio. Ma era un
modo inutile, sia per la fiacchezza con cui quella resistenza veniva attuata,
sia per i risultati che produceva in Matt. Lui lo trovava…stuzzicante.
La stessa conformazione del corpo che aveva sotto le mani era un’esperienza
diversa per lui, non erano le curve morbide e calde di una donna, erano i
muscoli sodi, tesi e compatti di un uomo come lui a scorrere sotto i suoi palmi
aperti. Lo incuriosiva la percezione che questo generava, così diversa dalle
sensazioni cui era abituato ed affatto spiacevole. Sarà stato anche il profumo
di quella pelle, sarà stato anche il suono del respiro di Brian quando gli
lasciò le labbra, affrettato e spezzato, sarà stato anche il suo ansimare
leggero pur senza volerlo, i suoi gemiti strozzati e profondi.
“Ma non dovevi cacciarmi via?”, pensò Matt distrattamente.
Afferrò le estremità della camicia dell’altro, che lo impacciava ed
irritava, e li tirò finché non l’ebbe aperta del tutto. Non badò ai bottoni che
saltarono, si limitò a strattonare giù dalle spalle di Brian l’indumento, senza
neppure sfilarlo del tutto.
“Sì, a questo punto tu avresti proprio dovuto cacciarmi via”, si
ripeté.
Si accorse appena che anche quel minimo di resistenza si era quasi del
tutto acquietato sotto di lui. Registrò la cosa e se ne disinteressò. La sua
idea di fare del male a qualcuno non lasciava spazio alla comprensione delle
variazioni nell’atteggiamento della “vittima”.
“Che so…tirarmi un calcio nei coglioni…”
Anzi, ad essere onesti la cosa si stava rivelando ancor più che
“stuzzicante”. Spudoratamente eccitante.
“…o qualsiasi altra cosa, cazzo! Ma non restartene inerte sotto le mie mani
come una fotuttissima bambola!”
Si aggrappò al risvolto dei jeans di Brian e lo attirò a sé, staccandolo
dal muro e tirandoselo addosso.
“…va bene…ma poi non dire che non te la sei cercata…”
Fu l’ultima volta che pensò in modo più o meno cosciente a ciò che stava
per fare.
Forse perché ancora non sapeva cosa effettivamente stesse per fare.
E magari preferiva non chiederselo nemmeno - così da non doversi dare una
risposta - mentre spingeva Brian a terra costringendolo sotto di sé.
Gli sedette addosso, armeggiando sbrigativamente con la cintura ed i
bottoni dei pantaloni di Brian, tirò giù la cerniera e solo allora tornò a
guardarlo in viso, in tempo per scorgere la sua espressione e rimanere sorpreso.
…cosa…c’era in quegli occhi…? Perché non lo fissava con odio, disgusto,
risentimento o qualsiasi altra cosa del genere?! Perché lo fissava semplicemente
in attesa, anche lo stupore ed il dubbio svaniti?
I loro sguardi si incrociarono. Brian sostenne il suo senza alcun timore e
Matthew si trovò, proprio malgrado, a chiedersi quale significato avesse tutto
quello. Ma sapeva che non avrebbe cercato una spiegazione, che avrebbe
rimandato, aspettato che gli eventi continuassero lungo una strada che non
credeva di voler percorrere.
Ma forse non si conosceva così bene.
Quando cercò le labbra di Brian per la terza volta, lui non si sottrasse
affatto. Rispose al suo bacio, ricambiandolo con una passione feroce quasi
quanto la sua, mitigata solo dall’evidente posizione di predominio che Matt
aveva in quel momento. Lo inchiodò a terra con il proprio peso, stendendoglisi
addosso, e lo costrinse ad allargare le gambe per potervisi sistemare in mezzo.
Quando i loro inguini si toccarono, comprese davvero quanto entrambi fossero
eccitati da quella situazione. Provò un senso di esultanza folle e credette che
si sarebbe rivelata una sensazione spiacevole, ma si trasformò invece in una
scarica di adrenalina che lo indusse ad agire con ancora più frenesia e
convinzione.
Ricominciò ad esplorare quel corpo sotto di sé, vagandovi con le mani e le
labbra, alla scoperta di sapori e forme, e poi capì che non gli bastava, che
voleva di più.
-Toccami.- ordinò in un sussurro, che sfiorò l’orecchio di Brian
strappandogli un brivido.
Si sentì assolutamente euforico quando lui ubbidì docilmente. Le dita di
Brian vagarono sulla sua pelle, in modo esitante all’inizio, scivolando sopra i
vestiti, e poi, in risposta alle sue carezze, si fecero più decise, insinuandosi
sotto la stoffa e percorrendogli la schiena.
Matt gli sorrise contro il collo. Decise che quel gioco era durato anche
troppo e scese con le mani a catturare i jeans di Brian per abbassarli in un
movimento deciso. S’infilò nello spazio oltre gli slip e sfiorò il membro
dell’altro, avvertendolo caldo e pulsante contro le proprie dita. Brian represse
a stento un gemito di piacere a quel contatto e Matt lo sentì inarcarsi contro
di lui.
Non aveva mai fatto una sega ad un altro uomo, realizzò, chissà cosa si
provava ad avere il totale controllo in una situazione in cui l’altro non
avrebbe potuto fare nulla se non abbandonarsi a lui? Abbassò gli slip di Brian e
decise che aveva voglia di scoprirlo.
Si sistemò sopra di lui, stringendo tra le dita la sua erezione e prendendo
ad osservare compiaciuto le variazioni nell’espressione di Brian mentre lo
accarezzava lentamente. Lo vide spalancare gli occhi stupito ed intuì che non
aveva creduto che lui volesse fare sul serio. La cosa gli strappò una mezza
risata, riuscire a disorientare Brian in quella circostanza gli sembrò un
risultato notevole. Ma poi vide i suoi occhi farsi appannati e liquidi, avvertì
il respiro strozzarglisi in gola mentre tentava di impedirsi di gemere e
sospirare, e questo lo divertì ancora di più, perché sapeva che quel misero
tentativo di autocontrollo non sarebbe durato a lungo. Ed infatti Brian chiuse
nuovamente gli occhi e abbandonò il capo all’indietro, spingendosi a ritmo
contro la sua mano, mentre Matt mutava la velocità delle proprie carezze solo
per provocarne le reazioni sempre più istintive.
Il suo lasciar ricadere le braccia al fianco del corpo, il mutare quel
respiro mozzo in un lungo susseguirsi di gemiti sempre più profondi e veloci,
l’inclinarsi del corpo in una curva, che osservò affascinato, con i muscoli
contratti dal piacere e tesi, così che i nervi apparivano sottili sotto la
pelle.
Gli sembrò incredibilmente bello, e gli sembrò ancora più bello quando
pensò che dipendeva solo da lui, concedergli o meno quel piacere.
Sì, decisamente era un gioco divertente.
Gli si stese nuovamente addosso, riprendendo a baciarlo mentre ancora lo
accarezzava, solo per poter avvertire contro le labbra i brividi che
attraversavano il corpo di Brian al suo tocco. Aumentò ancora la velocità,
Brian provò a sottrarsi quando si accorse di essere arrivato al limite, ma lui
glielo impedì. Così come gli impedì di protestare, tornando ad impossessarsi
delle sue labbra e catturando con la propria bocca il suo grido di piacere
quando gli venne tra le dita.
Lo sentì rilassarsi sotto di lui, ricadere stremato contro il pavimento
della terrazza, liberò la sua bocca per permettergli di riprendere fiato e si
attardò divertito a giocare con le labbra piene e rosse, torturandole appena con
i denti.
Fu mentre restavano così, immobili l’uno sull’altro, che si rese conto di
quanto quella cosa avesse contribuito ad eccitarlo più di quanto già non fosse.
I pantaloni lo costringevano in modo fastidioso e l’inguine pulsava
dolorosamente, premendo contro la stoffa e contro la carne dell’uomo sotto di
lui. Fu inconscio decidere di strusciarglisi addosso per alleviare quel
fastidio, Brian gli appariva bellissimo abbandonato com’era tra le sue braccia e
lui si sentiva insolitamente avido nei suoi confronti. Sapeva che in quel
momento era in una posizione di vantaggio ancora maggiore di quella iniziale e
pensò, pur senza farlo appieno, che approfittarsene sarebbe stato logico ed
assolutamente dovuto, data la situazione.
Quando poi Brian reagì a quelle nuove carezze voltando il capo e cercando
ancora la sua bocca, Matt si sentì autorizzato a continuare ciò che stava
facendo. Anche se presto non gli bastò nemmeno questo.
Mentre le mani di Brian lo aiutavano a liberarsi dai bottoni della camicia,
si chiese vagamente se sarebbe stato il caso di chiedergli un permesso, che, in
ogni caso, non avrebbe voluto vedersi rifiutare. Così decise che non aveva
alcuna intenzione di domandare, ma solo di prendersi ciò che gli spettava.
Armeggiò con la cintura e la fibbia dei pantaloni e tornò a stendersi su di lui,
lasciando che fosse Brian stesso a finire di spogliarlo e sistemandosi
nuovamente tra le sue gambe. Le sollevò in modo da posizionarsi contro la sua
apertura e, con un colpo deciso, affondò nel suo corpo.
La reazione di Brian fu immediata. Il dolore lo investì rapidissimo e lo
indusse a cercare di sottrarsi a quell’intrusione, ma Matt non glielo permise,
tornando ad imprigionarlo tra le proprie braccia e gravandogli addosso per
schiacciarlo al suolo.
-Ti avevo detto che facevi bene a non provocarmi!- sussurrò contro le sue
labbra.
Brian lo guardò senza parlare, troppo concentrato nello sforzo di non
gridare per riuscire a trovare il fiato per rispondergli. Quando Matt cominciò a
muoversi dentro di lui si limitò a stringere i denti, mordendosi a sangue le
labbra, ed a chiudere gli occhi, cercando di abituarsi a quella presenza.
Matt non si chiese nemmeno cosa potesse provare. Non gl’importava.
L’assenza di lubrificante rendeva la penetrazione difficile…immaginò che se per
lui poteva essere doloroso, per Brian dovesse essere quasi intollerabile. Eppure
non protestava, non tentava più di scappargli, si sottometteva ai suoi desideri
e rispose ai baci, quando ricominciò a percorrerne il volto con la bocca.
Il senso di vertigine che la percezione dell’assoluto controllo che
esercitava su Brian gli diede, gli trasmise un tale piacere da indurlo a
continuare ad affondare dentro di lui con frenesia crescente e, mentre scariche
di adrenalina e brividi gli percorrevano la schiena, nascose il viso nel collo
di Brian, aspirando il suo profumo attraverso la pelle sudata. Si sentì perdere
quando lui gemette il suo nome in un’implorazione strozzata, mischiata ai
sospiri che Matt riusciva a strappargli semplicemente percorrendo come una mappa
la pelle. La sua eccitazione arrivò rapidamente al limite. In un attimo di
lucidità s’impedì di gridare mentre veniva dentro di lui e, per non cedere a
quell’impulso, si gettò con ferocia contro la gola scoperta di Brian, che gli si
offriva invitante, e morse con forza la carne morbida, abbandonandosi ai
sussulti dell’orgasmo.
Riuscì alla men peggio a scostarsi da lui, ricadendogli addosso subito
dopo, stremato ed ansante.
Mentre gli gravava ancora addosso, sentì il respiro di Brian arrivargli
ugualmente affannato all’orecchio, solleticandogli la nuca. Lo percepì calmarsi
lentamente, mentre anche l’abbandono del corpo sotto di lui diveniva meno
innaturale e Matt avvertiva i piccoli spostamenti dei muscoli di Brian alla
ricerca di una posizione più comoda.
…più comoda.
Posizione più comoda.
La sua “posizione” allo stato dei fatti poteva eufemisticamente
qualificarsi scomoda, ma, a ben vedere, Matt si trovò maggiormente
propenso per un “tragica” o, a scelta, un “assolutamente e totalmente
catastrofica”. Aveva appena violentato Brian Molko.
… “ohcazzo” non valeva a rendere l’idea, vero?
Spalancò gli occhi. A soffocarlo ora come ora non era affatto la
stanchezza. La consapevolezza di quello che aveva fatto gli arrivò dritta e
precisa come un pugno in pieno stomaco.
Porca puttana! Aveva violentato un altro uomo! Aveva violentato Brian
Molko!...Aveva violentato qualcuno!
O.k….era partito per fare del male a qualcuno, va bene? Era partito con
quell’idea e si era anche detto che farlo a Brian Molko avrebbe quanto meno
voluto dire evitarsi i cazzo di sensi di colpa. Ma quelli che provava erano
inequivocabilmente sensi di colpa. Cioè, erano anzitutto sensi di colpa, poi
c’era anche il resto.
“Matt, Cristo! Lo hai violentato, che diavolo ti aspettavi?! C’è un certa
differenza tra il pestare qualcuno ed il metterglielo…”
Il senso di nausea lo raggiunse talmente violento che, per evitarsi di
assecondarlo, si tirò su in ginocchio in fretta e furia, nascondendo la bocca
con il palmo della mano ed avvertendo la fastidiosa sensazione di qualcosa che
risalga lungo lo stomaco contro una precisa volontà contraria del corpo
ospitante.
Brian lo stava fissando.
E questa, a conti fatti, fu la cosa peggiore della serata.
Trovarsi i suoi occhi puntati addosso, in palese ed evidente attesa
nonostante fossero così calmi e tranquilli da apparire quasi rassegnati.
Matt pensò che lo aveva appena violentato e che, se Brian si fosse
alzato e gli avesse tirato un pugno, lui si sarebbe senz’altro sentito meglio.
Ma sembrava evidente che non avesse intenzione di farlo e, cosa ancora più
terribile, sembrava evidente che lui, Matthew, non fosse in grado di staccargli
gli occhi di dosso. Immaginò che la propria espressione in quel momento dovesse
essere una maschera di puro terrore, perché vide quella di Brian cambiare.
L’aspettativa fu sostituita da un guizzo di comprensione, poi Brian chiuse gli
occhi per un momento – Matt sperò assurdamente che non li riaprisse mai più
– e li riaprì, tirando un respiro profondo che si trasformò in un sospiro
paziente. Si stava ancora chiedendo cosa sarebbe successo a quel punto, quando
Brian si tirò a sedere e prese con calma ad abbottonare la camicia, ignorando i
bottoni che erano saltati via quando lui gliel’aveva praticamente strappata
di dosso.
…Non avere i suoi occhi puntati contro non era così soddisfacente come
aveva creduto. Adesso non poteva neppure leggergli in viso per capire cosa gli
passasse per la testa…
-Levati quell’espressione dalla faccia.
Il secondo pugno della serata. Anche questo in pieno stomaco, e, siccome
faceva già male, il senso di nausea tornò.
-…quale espressione…?- sentì rispondere alla propria voce.
Si rese conto di quanto fosse difficile parlare con un nodo stretto intorno
alla gola e nuovamente soffocò, spegnendo il proprio tono in un sussurro
smorzato.
-Quella di chi ha appena realizzato di aver fatto la più grande cazzata
della propria vita.
“…Beh, sai…ho appena fatto la più grande cazzata della mia vita.”
-…io…
-Tu sei un coglione.- lo interruppe pacatamente Brian. E la pacatezza di
quelle parole nonché il fatto che lui continuasse ad ignorarlo mentre finiva di
rivestirsi lo ferirono mortalmente, più di qualunque grido in testa, cazzotto
sul naso o minaccia di denuncia. Magari poi anche attuata, quest’ultima. Così
non disse nulla.- Ora ricomponiti abbastanza da poter rientrare nel backstage,
raggiungi i camerini, cambiati, inventa una scusa plausibile per giustificare di
averlo fatto e torna dal resto della tua band.- elencò Brian usando sempre quel
tono calmo e rassicurante.- O preferisci aspettare qui che qualcuno ci veda,
così da dovergli dare spiegazioni?
Si sollevò in piedi.
Matt cercò disperatamente qualcosa di sensato da dire, una cosa qualunque.
Quando realizzò di non averne nessuna, preferì restare in silenzio e fare come
aveva detto Brian. Anche perché era certo che se qualcuno fosse arrivato in quel
momento, lui si sarebbe semplicemente voltato ed avrebbe ammesso candidamente
“ho appena violentato Brian Molko”, chiedendo che fossero così gentili da
chiamare la polizia per farlo arrestare.
Brian lo oltrepassò senza degnarlo di un altro sguardo. Matt non ebbe la
voglia né tanto meno il coraggio di guardarlo andare via, così continuò
imperterrito a rivestirsi ed i passi di Brian sparirono all’interno del forum.
Nota di fine capitolo della Nai:
Se volete un consiglio non fate domande ù_ù
La genesi di questa boiat… “storia” è lunga e complessa, affonda le
proprie radici in innumerevoli accadimenti e pensieri ed è in definitiva tutta
colpa della Liz.
Perché in sostanza, dopo averle scritto “Diverso da me” come regalo di
compleanno, io le dovevo una lemon che lì non avevo messo, facendo passare per
Mollamy una storia che di Mollamy non aveva nulla.
Così, un pomeriggio che guardavo Hullabaloo, mi è venuta un’idea per una
PWP. E se pensate che sia perfettamente normale guardare il dvd dei Muse e
pensare ad una Mollamy vi sbagliate di grosso e non sapete quale processo
mentale ha generato questa scena – che avrebbe dovuto essere l’unica e che è
diventata solo il primo capitolo di un racconto “lungo” – passando da “Matt che
si butta a peso morto nella scenografia del concerto” (in Hullabaloo appunto),
“Matt che afferra Brian per tirargli un cazzotto”, “Matt che salta addosso
a Brian sulla terrazza di un forum ad un concerto”.
No, non c’è una logica che sottende il tutto, o quanto meno Cervello non
me l’ha mai comunicata.
A parte ciò, l’inizio della storia è frutto di una delle battute
preferite di Lizzie, che ama ripetere che Matt indossa i vestiti di suo nonno,
ed io amo credere che la famiglia Bellamy si tramandi la follia di padre in
figlio U_U
Kiss gente ed alla prossima ^_^