IO NON HO PAURA
- Mario, mi stai ascoltando? – la voce di José è ruvida e roca e se Mario non si
concentra su ciò che sta effettivamente dicendo può perfino illudersi di
sentirla ancora ansimare e trattenersi a stento dal pronunciare il suo nome fra
i sospiri, perché nella mente bacata di José va bene baciarlo toccarlo scoparlo,
sì, ma non va altrettanto bene accettare questo fatto come qualcosa che accade
davvero, perciò tutto ciò che resta loro sono ritagli di realtà in cui il
reale non esiste. Bolle d’aria compressa in cui possono essere tutto e il
contrario di tutto, perfino amanti.
- No. – ammette candidamente, rotolando sulla pancia e stirandosi contro il suo
corpo per farsi sentire già teso e pronto per un nuovo amplesso.
- Meu Deus, - sospira platealmente lui, cercando di tenerlo lontano con
un braccio, - sei una piaga. Stavo cercando di parlarti di qualcosa di serio.
- La partita andrà bene, domani. – sorride lui, aggirando il suo braccio e
sollevandosi abbastanza da poterlo scavalcare con una gamba, per poi
sistemarglisi comodamente in grembo.
- No, se tu non sarai riposato e soprattutto preparato. – lo rimprovera José,
afferrandogli i polsi e cercando di impedirgli di continuare la lenta e sensuale
carezza che gli lascia scorrere sul petto.
- Sono riposato. – sorride e annuisce Mario, chinandosi a baciarlo lievemente
sulle labbra senza neanche cercare di forzare la sua stretta, - E sono
preparato. – aggiunge, notando con piacere che il bacio ha distratto José
abbastanza da liberargli una mano, e scendendo quindi con quella stessa mano ad
accarezzarlo fra le cosce, - E tu?
- Fermati. – intima José, fissandolo negli occhi con ostinazione, sebbene i suoi
siano ormai velati da una patina di voglia che, da sola, rende innocua qualsiasi
rimostranza.
- No, non credo proprio. – continua a sorridere Mario, strusciandosi sempre più
svelto contro di lui.
- Tu farai quello che dico. – insiste lui, afferrandogli improvvisamente le
spalle con entrambe le mani e cercando di bloccarlo. Mario si libera di quella
trappola con uno strattone caparbio, raddrizzando la schiena e sollevandosi
abbastanza da permettere ad una delle proprie mani di infilarsi nello spazio fra
il proprio corpo e quello di José, indirizzando la sua erezione verso la propria
apertura.
- Sono più convinto del contrario. – afferma, calandosi su di lui in un gesto
fluido ed accogliendolo dentro il proprio corpo con un gemito liberatorio che si
specchia appieno in quello gemello di José, che immediatamente gli poggia le
mani sui fianchi pressando appena le dita sulla pelle scura, solo per
indirizzare i suoi movimenti. Mario, però, non si lascia governare neanche in
quel momento: poggia le mani sulle sue e lo costringe ad intrecciare le dita con
le proprie, usando poi le sue stesse mani come leve, spingendo palmo contro
palmo per aiutarsi nei movimenti lenti verso l’alto e verso il basso, imponendo
il ritmo che lui decide e trattenendo José nella sua posizione di
sudditanza fisica e mentale mentre lo accoglie sempre più in profondità
mormorando il suo nome a fior di labbra – perché lui quel coraggio ce l’ha,
ed è anche e soprattutto questo che vuole dire a José adesso. Lui quel
coraggio ce l’ha. Il coraggio di chiamarlo per nome, il coraggio di chiamare per
nome quello che li unisce, che sia all’interno o all’esterno della loro bolla di
aria compressa in cui tutto è facile, perfetto e bellissimo, lui può farlo.
Non ne ha paura. E lo afferma ancora un volta, con maggiore convinzione, mentre
si stringe attorno al suo cazzo e lo sente venire dentro di sé in un ansito
spezzato.
Lo guarda per qualche secondo, attentamente, soffermandosi sulle linee fiere del
suo profilo ammorbidite dal tempo e sfiorando con le punte delle dita le sue
labbra umide ancora dischiuse alla ricerca d’aria. Poi, si lascia ricadere al
suo fianco, fissando il soffitto con disinteresse.
- Hai ancora qualcosa da dire? – chiede con aria autoritaria, sistemandosi
contro la sua spalla. José deglutisce e non risponde nemmeno.