CAPITOLO 5
Si era riscosso
dal sonno già da qualche istante, ma continuava a tenere gli occhi chiusi. Aveva
sentito suo fratello abbandonare il letto e voleva aspettare che Bill tornasse
per riaprire gli occhi. Era così raro poterlo vedere come prima cosa al mattino,
che non voleva perdere nemmeno una possibilità.
Sentì un peso
appoggiarsi al materasso e un calore avvicinarsi al proprio corpo.
E un improvviso
peso morto ricadere sul suo stomaco, scaldando al tocco la pelle attraverso il
lenzuolo leggero.
- Sai, - sbuffò
aprendo gli occhi e guardando suo fratello sdraiarsi vicino a lui. – Ho
preferito la sveglia precedente. – continuò, spostando lo sguardo sulla borsa
dell'acqua calda che suo fratello aveva così gentilmente posato sul suo
grembo.
- Guarda che lo
faccio per te, - sentenziò Bill, chiudendosi a riccio e stringendo a sua volta
una borsa. – Aiuta contro il dolore. –
- Certo ma... –
sospirò Tom, scostando l'affare e gettandolo di lato, - Io non sento per niente
male... Lo sapevo che eravate tu ed Andreas ad avere i culi delicati...
letteralmente. -
Si pentì di quelle
parole non appena vide l'espressione scioccata – nonché considerevolmente
schifata – di suo fratello.
- No, Bill, non
farlo, - si affrettò ad implorarlo, - Non offenderti, non mettere il broncio,
non voglio litigare. – disse afferrandolo per un polso e tirandoselo contro. –
Lo so, sono il solito cretino cafone, mi dispiace ma mi è scappata. Non lo
faccio più. – mormorò contro la fronte del fratello, sfiorando leggermente la
pelle con le labbra. Bill si scostò da lui, rigirandosi su se stesso e
infilandosi sotto le coperte, avvicinandosi a Tom.
- Dubito
fortemente che non lo farai più, - borbottò contro la spalla del biondo, - penso
proprio che dovrò abituarmici. –
- Ti amo, -
rispose Tom dandogli un bacio a fior di labbra, percependo il sorriso del moro.
- Sei un
imbroglione, - s'imbronciò Bill, scostandosi leggermente. – Non vale dirmelo
come scusa per farti perdonare. -
Tom sorrise.
- Tu invece puoi
dirmelo quando vuoi, - disse sincero, abbracciandolo dietro la schiena e
stringendolo a sé, mentre allontanava anche l'altra borsa dell'acqua calda.
- Mi hai preso per
un pappagallo? – lo guardò Bill con aria sorpresa.
- Naaaah, -
sorrise Tom, rubandogli un bacio a stampo. – I pappagalli non hanno labbra da
baciare. –
Il moro lo guardò
ulteriormente sorpreso.
- Ma cosa ti sei
mangiato ieri a cena? Un libro di poesie? -
Tom sbuffò. –
Bill, sto provando a passare una mattinata tra baci, abbracci e coccole. Se non
vuoi, dimmelo. Così la smetto di provarci e vado a farmi una nuotata. –
sentenziò serio, allontanando il fratello e guardandolo dritto negli occhi,
riflettendosi in uno specchio di puro stupore.
- Tom... sei
diventato una femminuccia per caso? Capisco che fare il passivo sia una novità,
ma non pensavo di scombussolarti così tanto... – si preoccupò Bill, tastando la
fronte dell'altro alla ricerca di qualche traccia di febbre.
- Bill, prova ad
offendermi un'altra volta e ti faccio vedere io chi è la femminuccia... e lo sai
bene che so come convincerti. – lo guardò serio, serrando le labbra.
Bill osservò lo
sguardo di suo fratello, strabuzzando gli occhi. Poi scoppiò a ridere e tra una
risata e l'altra prese il viso di Tom tra le mani, avvicinandolo e lasciandogli
un piccolo bacio sulle labbra.
- Ti amo. – disse
in una risata prima di avvicinarlo di nuovo, stringendosi al collo di Tom e
approfondire il bacio.
Tom si separò da
lui, leggermente indispettito, e lo afferrò per le spalle, girandolo di scatto e
sbattendolo sul materasso.
- Non vale dirmelo
come scusa per farti perdonare. – sussurrò prima di riscendere a baciarlo con
foga. Lo bloccò tra le gambe, facendo aderire i loro petti e non passò molto
prima che sentisse le mani di Bill tra i capelli che lo accarezzavano
dolcemente. Scese a baciarlo lungo la mascella mentre sentiva che il fratello
sospirava di piacere.
- Tomi... -
sussurrò il moro in un respiro mozzato.
- Mh? – mugugnò
Tom, passando le labbra lungo la linea del collo.
- No. – disse
deciso Bill.
Il biondo scattò
con la testa e lo guardò.
- Cosa? No?
Perché? – borbottò sconcertato, la voce che si faceva sempre più stridula ad
ogni parola.
- Tom. – fece Bill
serio, specchiandosi negli occhi del gemello. – Dammi tregua. Ho bisogno di una
pausa, altrimenti finirai per farmi venire il rigetto. –
A quelle parole
Tom scattò seduto, allontanandosi di mezzo metro dal fratello e sbrigandosi a
mettere un cuscino tra di loro, come se fosse una barriera.
- Ok, ti lascio in
pace. Però non farti venire nessun rigetto, okay? –
Il minore scoppiò
a ridere e prese il cuscino stringendoselo al petto.
- No, tranquillo,
nessun rigetto. Però ho davvero bisogno di una pausa, non possiamo continuare
così... tra due giorni partiamo e siamo più pallidi di quando siamo arrivati! –
esclamò fra il malizioso e divertito.
Tom sembrò
pensarci qualche secondo prima di alzarsi senza dire una parola e tendere la
mano al fratello. Bill lo guardò sorpreso però accettò lo stesso la mano,
facendosi aiutare a rimettersi in piedi. Il biondo lo portò verso la
portafinestra del bungalow, aprendola. La brezza che saliva dalla spiega fece
rabbrividire e sussultare entrambi. Tom lasciò la mano di Bill e andò verso una
sedia a sdraio, tirandola verso la parte più soleggiata del terrazzo.
- Vieni? – lo
chiamò mentre si sdraiava e chiudeva gli occhi.
Il moro si
avvicinò e si distese su un fianco, sorridendo del tepore che la mano di Tom
imprimeva sul suo fianco dal momento aveva appoggiato la testa al lettino.
- A cosa pensi? –
gli chiese il biondo, risalendo con la mano e allontanando una ciocca di capelli
dietro l'orecchio di Bill.
- Tra due giorni
partiamo. – sospirò.
- Lo so, - sorrise
Tom. – Passeremo capodanno a Boston, con la mamma e Gordon. Non ti piace l'idea?
–
Bill sussultò.
- No, al
contrario. Non vedo l'ora di riabbracciarla... è solo che dopo... le vacanze
finiranno... e torneremo alle nostre vite di prima. – spiegò, abbassando la
testa. – Non voglio stare di nuovo lontano da te. – soffiò a bassa voce.
Tom rafforzò la
presa sul fianco e lo strinse a sé.
- Sai,- continuò
Bill, tirando leggermente su col naso. – C'è una scuola di musica, a Dresden,
probabilmente è lì che andrò l'anno prossimo. – spiegò nervoso, iniziando a
cerchiare ghirigori sul cuscino sotto di lui. - Stavo pensando... potresti
venire anche tu, sai? C'è anche una scuola di arti visive... e tu sei sempre
sembrato interessato al lavoro di mamma... e magari potremmo cercare un
appartamento, e poi... -
- Bill, - lo
interruppe Tom. – Io... – il biondo cercò le parole giuste mentre evitava di
incrociare lo sguardo con gli occhi del gemello, curiosi e pieni di speranza.
-... non posso. – sospirò appena. – Mi dispiace, è tutta colpa mia... non posso
trasferirmi all'estero fino alla maggiore età... –
- Ma noi siamo
maggiorenni. – obbiettò Bill, continuando a non capire le parole del fratello.
- Non negli Stati
Uniti... devo aspettare i ventun anni. – spiegò Tom, sfiorando la fronte del
moro con le labbra.
- Quindi...
dovremo continuare così per altri... tre anni? – chiese Bill, guardandolo con
gli occhi quasi lucidi.
- Mi dispiace... –
ripeté Tom.
Rimasero in
silenzio, appena abbracciati, gli sguardi bassi, finché il sole non si trovò ad
illuminare quasi l'intero terrazzo.
- Ragazzi, ci
siete? – sentirono la voce di loro padre chiamarli e pochi secondo dopo la
figura dell'uomo apparve sulla terrazza. – Cosa stavate facendo? – chiese
notando le espressioni spente di entrambi i gemelli.
- Nulla. – spiegò
Tom. – Cosa si fa oggi? – chiese poi con un sorriso tirato.
- Pensavo di
andare a fare un giro in centro, musei, negozi e finiamo con una cena. Che ne
dite? –
- Stupendo. –
mentì Bill. – Dacci un quarto d'ora che ci vestiamo. – E dicendo così scomparve
dentro.
***
Chiaramente era
preoccupato. Insomma, era ovvio: da qualche parte dentro di lui era sempre stato
convinto di essere stato la causa originaria di ogni sofferenza di Bill; poi
poteva chiamarlo come preferiva – senso di colpa, coda di paglia, frustrazione,
pentimento – dipendeva dalla situazione e dallo stato d’animo in cui si trovava
quando cominciava a pensarci, ma in fondo era sempre la stessa cosa.
Era andato via, e
Bill era stato male.
L’aveva baciato, e
Bill era stato male, al punto da cominciare a- be’, odio non era, ma insomma,
valeva tanto quanto, dal momento che l’aveva comunque costretto a non vederlo
più.
Ed anche in quel
momento, non riusciva proprio a togliersi dalla mente l’ombra nello sguardo di
Bill quando quella mattina avevano parlato del loro cosiddetto futuro.
Futuro, poi.
Chissà che futuro
si aspettavano di avere.
In che razza di
futuro potevano sperare, loro due? Anche a voler tralasciare il fatto fossero
fratelli – e non poteva veramente tralasciarlo, perché… be’, perché
dannazione: erano fratelli davvero – dietro di loro, intorno a loro e
davanti a loro c’erano una tale quantità d’ostacoli che pure a forzarsi
d’ignorarne alcuni ne restavano comunque altrettanti con i quali uscire
definitivamente fuori di testa.
E l’ombra negli
occhi di Bill lo perseguitava. Anche adesso che sorrideva lievemente, camminando
al suo fianco lungo la via principale del minuscolo agglomerato turistico che
ingombrava l’esigua parte di superficie non coperta di sabbia dell’isola nella
quale si erano stabiliti, anche adesso che ridacchiava sommessamente delle
battute di suo padre – divertito un po’ dalle battute in sé ed un po’ dalla
ridicola tenerezza di Jörg in modalità
“so-di-non-essere-stato-un-buon-padre-ma-d
Una specie di
reminiscenza di tristezza, di nostalgia e di dolore che non riusciva mai
veramente a lasciarlo distendere i lineamenti del volto.
- Ragazzi,
prendiamo qualcosa di fresco?
La voce di suo
padre era eccitata ed allegra come quella di un bambino. Non che Tom potesse
vantare una gran conoscenza del suo comportamento tipico, ma era abbastanza
sicuro quello non fosse esattamente il modo in cui Jörg agiva solitamente.
Poteva leggerlo negli occhi di Bill, che – stupiti e vagamente compiaciuti –
brillavano di curiosità mentre annuiva e seguiva il padre all’interno di una
pittoresca pagoda-bar poco distante.
Mentre Jörg, di
spalle rispetto a loro, avanzava all’interno del locale, Tom affrettò il passo,
affiancandosi al fratello e sfiorandogli una mano con la propria in un movimento
falsamente casuale. Bill lo guardò e gli concesse un sorriso tenero e
riconoscente, stringendo le dita in un pugno come volesse trattenere sui
polpastrelli il tepore della sua pelle.
Tom si prese un
secondo di tempo per adorare ciecamente quel sorriso e poi si gettò alla
conquista di uno dei pochissimi tavoli liberi ancora disponibili sotto il tetto
di foglie di palma della costruzione in legno.
Ordinarono
entrambi una coppa di yogurt con le fragole – che si rivelò poi essere non una
coppa bensì un vaso, perché le coppe non sono così grandi – e si
piegarono alle richieste di loro padre di nutrirsi anche con della frutta
fresca, perciò accettarono due coppette di macedonia mentre lui sospirava
pesantemente sulla loro golosità e si accontentava di un caffè freddo.
- Bene. – disse ad
un certo punto Jörg, mentre Tom cercava di calcolare brevemente la quantità di
yogurt presente nella propria cosiddetta coppa, rinunciando quasi subito e
cominciando a rassegnarsi all’idea che non sarebbe mai riuscito a finirlo tutto,
- Ho un regalo per voi.
Tom osservò Bill
sollevare stupito lo sguardo su di lui. Dalle sue labbra spuntava una
macchiolina bianca che Tom avrebbe volentieri spazzato via con un bacio
velocissimo, ma non era proprio il caso – proprio no, Tom, che razza di
fantasie tiri fuori dal cappello in un momento come questo?! – perciò si
limitò a seguire il suo esempio e portare a propria volta lo sguardo su Jörg
che, serissimo, intrecciava le dita attorno alla propria tazza e ne fissava il
contenuto con aria agitata.
- Un regalo? –
borbottò Bill, inarcando un sopracciglio inquisitore.
Jörg annuì.
- Be’, - aggiunse,
sollevando uno sguardo un po’ stupito, - in fondo è Natale.
Tom vide gli occhi
di Bill spalancarsi e brillare di una luce strana, e ne sorrise intimamente:
poteva immaginare con estrema precisione quali dovessero essere i suoi pensieri.
Qualcosa tipo “Natale? Ma non avevamo già esaurito la pratica con gli auguri di
stanotte?”.
Doveva essere
stato un pensiero simile, perché era esattamente ciò che era passato per la
mente a lui.
- Grazie. –
rispose al suo posto, dandogli così un po’ di tempo per tornare alla realtà
mentre Jörg si voltava a guardare lui, - Allora? Cos’è questo regalo?
Jörg sospirò con
l’aria di uno che sta pensando “ma perché devono crescere così in fretta senza
darti il tempo neanche di capire chi sono?”, e si chinò sullo zainetto da
turismo che si trascinava sulle spalle da quella mattina, e che, quando erano
arrivati al bar, era finito sul pavimento accanto alla sedia.
Da una tasca
esterna tirò fuori due pacchetti e due buste in tutto e per tutto identiche – di
un biancore candido e chiusi da un nastro di raso azzurro i primi, gialle ed
anonime, sigillate e prive di qualsiasi indicazione scritta le seconde. Posò le
buste sul tavolo di fronte a sé ed i pacchetti di fronte ad ognuno dei gemelli,
spingendoli verso di loro sulla superficie liscia e levigata del tavolino.
- Apriteli, no? –
borbottò poi, visibilmente a disagio.
Tom allungò una
mano ad avvolgere il proprio pacchetto ed osservò Bill fare lo stesso,
sciogliendo il nastro e scoperchiando la scatola, per poi rovistare brevemente
all’interno e tirarne fuori…
- …chiavi? –
chiese a propria volta, riportando lo sguardo sull’uomo.
Lui annuì
velocemente, abbozzando un sorriso incerto.
- Chiavi di cosa?
– cercò d’informarsi Bill, e l’uomo rispose afferrando le buste e consegnandone
una per ognuno, restando poi in attesa.
- È in duplice
copia. – descrisse sottovoce Jörg, tornando a concedersi lunghe sorsate di caffè
refrigerante mentre loro strappavano le buste e ne spiavano il contenuto, -
Ovviamente io ho l’originale. Non perché non mi fidi di voi, ma perché non si sa
mai, potrebbero pure perdersi o chissà che, e… - sospirò, sorridendo più
tranquillamente, - …è importante che resti comunque un documento che attesti che
la villa in Bretagna è vostra.
Nelle buste,
infatti, c’erano due atti di proprietà intestati a loro, che sancivano
l’appartenenza del vecchio maniero che era stato il teatro dei loro primi litigi
dopo anni, del loro riavvicinamento, del loro primo vero bacio, di tutto il
resto.
Di tutta la loro
storia.
Jörg non lo
sapeva. Ma aveva fatto loro il miglior regalo possibile.
Tom sollevò lo
sguardo su Bill e vide che aveva gli occhi lucidi. Si accorse, senza stupirsene
particolarmente, peraltro, di essere a propria volta sull’orlo della commozione,
e scosse il capo come a scacciare via quei pensieri, mentre stringeva quel pezzo
di carta di fondamentale importanza fra le mani e tornava a guardare suo padre.
- Grazie… -
sussurrò Bill, tirando fuori la voce da chissà dove, - Grazie davvero…
- Avanti, non c’è
bisogno di farla tanto seria! – cercò di ridacchiare Jörg, palesemente
imbarazzato, - Quel posto non si adatta più alla mia età, è troppo umido! –
motivò compitamente, - Ogni volta che ci metto piede l’artrosi mi uccide!
Tom annuì e
ricominciò a ruminare fragole, se non altro per uccidere sul nascere quel groppo
in gola che minacciava di soffocarlo di gioia.
- È normale, la
vecchiaia avanza per tutti. – commentò distrattamente, mentre suo padre
sollevava un sopracciglio e gli dava dell’ingrato, tra le risatine divertite di
Bill.
Quando ebbero
finito di mangiare, Jörg pretese che ricominciassero a fare il giro della città.
“È ancora presto”, spiegò, “Possiamo fare qualche foto!”.
Il luogo in cui
scattarle venne scelto presto: al centro di una piccola piazza letteralmente
circondata di negozi, si ergeva una splendida fontana in marmo bianco e liscio,
che schizzava per un paio di metri in alto ed accoglieva poi il getto in caduta
libera fra le braccia di un’ampia vasca circolare, sul bordo della quale si
poteva anche star seduti.
Jörg la vide e la
trovò bella, perciò spinse i figli sul bordo, li obbligò a sedersi ed afferrò
Tom per un braccio, chiedendo a Bill di fare loro una foto. Bill obbedì e scattò
a qualche metro di distanza, così in fretta che Tom non ebbe neanche il tempo di
prepararsi e venne immortalato in due megabyte di puro delirio, con la bocca
semiaperta e gli occhi semichiusi ed un’espressione da scimmia addormentata che
costrinse suo padre e suo fratello ad una lunga sessione di risate ai suoi
danni.
Dopodiché, Jörg
strinse il braccio di Bill e consegnò la fotocamera in mano a Tom.
- Adesso noi due
insieme. – suggerì l’uomo, invitando Bill a sedersi al proprio fianco sul bordo.
Tom annuì e
sbuffò.
- Farò di tutto
per far sembrare due cessi anche voi. – borbottò allontanandosi di qualche passo
e sbirciando nello schermo della fotocamera per trovare la posizione giusta
dalla quale scattare. Proprio in quel momento, però, scattò il segnale luminoso
intermittente della batteria scarica, e Tom allontanò la macchinetta dal viso,
squadrandola con aria incerta.
- Maledizione, si sono scaricate le pile. – esclamò, guardandosi intorno. – Uh,
lì c'è un negozio, vado a vedere se le vendono. Torno subito. – disse correndo
verso il negozietto lontano e lasciando suo padre e Bill di fronte alla fontana.
Il minore si
ritrovò a calciare una piccola pietra con un piede. Era grato a Jörg, ma per
qualche motivo continuava a non trovarsi a proprio agio con lui.
- Certo che questo
posto è proprio bello, - disse suo padre, osservando il mare. – Avete già
qualche programma per domani? – chiese guardandolo.
- Umm... no, non
penso. – mugugnò, scrollando le spalle, - Probabilmente passeremo la giornata in
spiaggia.
- Capisco, -
rispose Jörg. – Sai, prima vi stavo osservando...
- Prima quando? –
chiese Bill nervosamente, spaventato dalla possibilità che suo padre avesse
potuto vedere qualcosa di compromettente.
- Quando ero
venuto a chiamarvi. – disse Jörg, dandogli i brividi per la paura, - Vi guardavo
sdraiati sul lettino, mi sembravate tristi... potrei saperne la ragione? –
domandò incuriosito, guardando il figlio minore.
Bill sospirò. – Ho
chiesto a Tom se gli andasse di tornare in Germania per l'università, ma non può
trasferirsi prima della maggiore età. – spiegò, sollevando lo sguardo e
osservando le nuvole bianche muoversi velocemente per il cielo.
- Già, - rispose
l'uomo. – Comunque è bello vedervi di nuovo insieme. Sono felice che abbiate
fatto pace. – ammise sincero.
- Sì, - Bill
sorrise sincero. – E' bello. –
- Ascolta Bill, -
suo padre si avvicinò a lui, - mi dispiace di non averti mai detto nulla
riguardo alla situazione di Tom, ma me l'aveva chiesto lui stesso. –
- Lo so,
tranquillo. – Bill guardò suo padre. – Comunque Tom mi ha spiegato tutto
quest'estate in Bretagna. -
- Uh... okay,...
comunque... – continuò Jörg, - Volevo dirti un'altra cosa. Ascoltami Bill, mi
dispiace per come mi sono comportato negli ultimi anni, so di averti ignorato un
po' troppo e non saprei come farmi perdonare. Ma ti posso promettere che d'ora
in poi ci sarò sempre. – e dicendo così sorprese suo figlio, stringendolo in un
abbraccio come non aveva fatto da tanto tempo.
Bill rimase
sconvolto dal gesto, ma non solo. L'abbraccio di suo padre, per quanto fosse
stato assente da anni, gli faceva sentire quel calore familiare, e aveva anche
trovato una traccia di Tom in quell'abbraccio. Si ritrovò a ricambiare la
stretta senza nemmeno rendersene conto.
- Grazie papà, -
sorrise Bill.
- Grazie a te... e
ho già detto a Sandra di tenermi libero il giorno del tuo diploma, insieme a
quelle precedente e quello dopo, così evito di venire contattato per qualche
strana emergenza. Magari vedo se riesco a far venire anche Tom, che ne dici? –
- Sarebbe
stupendo. – rispose sincero Bill, scoppiando in una risata.
- Cosa sarebbe
stupendo? – chiese Tom raggiungendoli.
- Fare una foto
tutti insieme davanti a questa fontana. – disse Jörg, sorprendendo Bill che
rimase a bocca aperta di fronte alla scioltezza con la quale l'uomo aveva
mentito.
- Uh, certo. –
disse Tom, avvicinandosi a un venditore di gelati e chiedendogli se poteva fare
loro una foto. Quando il venditore prese la macchinetta Tom corse verso la
fontana, mettendosi vicino a suo padre e circondandolo con un braccio. Suo padre
aveva messo un braccio intorno alle spalle di entrambi i figli e Tom poté
sentire la mano di Bill poggiarsi sulla propria oltre la schiena di Jörg.
- Ora una con voi
due. – esclamò suo padre, andando a riprendere la macchinetta dal gelataio.
Bill e Tom si
sorrisero e si strinsero a vicenda, sul marmo fresco e lievemente umido di
quella fontana un po’ inutile nel centro di una piazza altrettanto anonima.
Jörg scattò la
foto e poi rimirò la propria opera nello schermo della macchina.
- Fantastica! –
commentò, mostrandola orgoglioso ai gemelli, - Io si che ci so fare.
No, papà. Siamo
noi che siamo nati per stare insieme.
Ma questo nessuno
deve saperlo.
***
Jörg li aveva
lasciati liberi di andare dove volessero verso le sette di sera. A quel punto,
fossero ancora entrambi bianchi come mozzarelle o meno, il solo pensiero di
indossare il costume, prendere l’ombrellone e le sedie a sdraio e rifugiarsi in
spiaggia per prendere un po’ di sole, sembrava assurdo anche solo a
prospettarselo davanti, figurarsi metterlo in atto.
Chiavi e documenti
gelosamente custoditi nell’enorme borsone bianco cui Bill sembrava del tutto
incapace di rinunciare, si rassegnarono a concludere la giornata in giro con una
passeggiata sulla spiaggia. La sabbia, bianchissima, sul calare della sera si
tingeva d’azzurro e sembrava richiamare tono su tono il colore del mare e del
cielo, al punto che, socchiudendo gli occhi e spiando il panorama attraverso le
ciglia lievemente umide di stanchezza, non si sapeva più bene se ci si trovasse
ancora su una spiaggia esotica o in uno strano universo fatto solo di morbida e
rassicurante lucentezza cerulea. Le urla dei gabbiani in lontananza tessevano la
trama della stranissima colonna sonora di quel tramonto già pronto a tuffarsi
nella notte, e s’intricavano melodiose con le risate dei ragazzi ed i richiami
dei genitori tutto attorno, riempiendo l’aria fresca di tepore umano.
Bill e Tom
sorridevano.
Sorridevano e
basta.
- Be’, almeno non
dovremo più preoccuparci di dove andare a farlo, in vacanza! – irruppe la sempre
delicata voce di Tom, schiantandosi contro la tranquillità del posto e
devastandola.
Bill gli lanciò
un’occhiataccia disgustata, stringendosi alla borsa come se avesse appena
cercato di rubargliela.
- Sei un essere
inqualificabile! – lo rimproverò aspramente, - È tutto quello a cui riesci a
pensare?
Tom sorrise
enigmatico, intrecciando le dita con le sue e sfiorandogli lentamente la spalla
con la propria.
No, non riesci a
pensare solo a questo,
pensò Bill, sorridendo a propria volta. Ma la voglia di rimanere lì
semplicemente a prendersi in giro e scherzare di tutto e di niente, dopo la
mattinata tremenda che aveva passato – a ripetersi continuamente di non sperarci
troppo, di non sognare troppo, di non crederci troppo, perché sarebbe stato
sempre tutto troppo difficile, per loro due – era troppo forte per resistere.
Perciò aggrottò le
sopracciglia e ricominciò a borbottare.
- Insomma, non è
possibile! Con tutti i momenti romantici che abbiamo passato in quella villa, tu
la usi come una stanza d’albergo qualsiasi.
Tom sorrise e
stette al gioco, scrollando le spalle.
- Insomma, non è
che ci sia poi molto da prendere in Bretagna. Voglio dire, - cominciò ad
elencare, - il clima fa schifo, non c’è mai un cane, la casa è piena di
spifferi…
- E tu sei uno
stronzo da manuale! – rise Bill, spintonandolo in là e lasciandolo cadere con
malagrazia a mollo, nell’acqua bassa della riva a due passi della quale
passeggiavano.
Tom si accasciò
sulla rena bagnata, morbidissima appena sotto al livello dell’acqua, con un
sonoro splash ed un altrettanto sonoro urlo di stupore, paura e dolore,
che si esaurì nel momento in cui si ritrovò, fradicio come un pulcino, a cercare
di non affogare in dieci centimetri di profondità.
- …tu!!! –
strillò, scattando in piedi ed allacciandolo alla vita, placcandolo come un
giocatore di football per costringerlo a terra e coinvolgerlo in un rollio
irregolare e un po’ confuso lungo tutta la spiaggia, - Sei completamente
pazzo!!!
Bill rise di
cuore, riuscendo appena a liberarsi dell’impaccio della borsa prima di
cominciare a rotolare. Non gli importava della sabbia che lo impiastricciava
tutto, non gli importava dei vestiti bagnati di Tom che gocciolavano sui suoi,
bagnandolo a propria volta, non gli importava di chi li stesse a guardare – che
pensassero quello che volevano, a lui non interessava minimamente – e non gli
importava neanche del passato o del futuro. Il presente che stava vivendo era
talmente bello che si sarebbe sentito colpevole ad imbrattarlo con le sfumature
cupe delle sue incertezze.
Il presente era
lì. Fisico. Lo toccava.
Il presente era
Tom. La sabbia fra le mani. Prenderne una manciata ed infilarla nella sua
maglietta. Ascoltarlo urlare inorridito e ridere di gusto. Rotolare sul
bagnasciuga fino a ritrovarsi zuppi e sporchi come mai prima.
Il presente era
quello.
Il presente era
solo quello.
Il presente erano
loro.
***
Quando rientrarono
al loro bungalow, trovarono Jörg ad aspettarli sulla soglia. Li fissò a lungo
come se li vedesse per la prima volta. Ed era anche abbastanza allucinato e
sconvolto da far pensare che sì, avrebbe pure preferito farne a meno.
- Ma che avete
combinato?! – sbottò esasperato, gesticolando animatamente all’indirizzo delle
loro magliette fradice e dei jeans letteralmente ricoperti di sabbia, nonché dei
loro capelli semplicemente inguardabili.
Per tutta
risposta, Bill e Tom si lasciarono andare ad una risatina e ad uno sguardo
complice, senza aggiungere una parola.
Jörg si passò una
mano sugli occhi e scosse il capo, esasperato.
- Incredibile. Non
crescerete mai davvero. – mugugnò cupamente, - Ma adesso andatevi a fare una
doccia e rendetevi presentabili, Markus ci aspetta al ristorante fra tre quarti
d’ora.
Venne fuori che
Jörg, durante il loro periodo di spensierata assenza dal bungalow, aveva pensato
fosse opportuno organizzare una bella cena natalizia di gruppo per festeggiare,
ed aveva perciò fatto un breve giro di telefonate per stabilire i dettagli
dell’evento – che finì col coinvolgere non solo la famiglia di Andreas, ma anche
alcuni amici del posto ed un buon numero di sconosciuti imbucati e spuntati
letteralmente dal nulla – convinto che questo sarebbe stato esattamente ciò che
i suoi due figli avrebbero preferito per svagarsi un po’.
Bill e Tom si
diressero verso il bagno con aria evidentemente contrita, infilandosi oltre la
porta in legno chiaro dopo essersi accertati che Jörg non fosse nei paraggi, e
cominciarono a spolverarsi di dosso la sabbia, sbuffando disapprovazione.
- Quell’uomo i
brutti vizi non li perde mai, comunque. – si lamentò infatti Bill, calciando
lontano le scarpe e prendendo a litigare con la maglietta zuppa e stropicciata
per sfilarsela di dosso e contemporaneamente avviarsi verso la vasca.
- Ehi, ehi, ehi… -
lo richiamò suo fratello, spogliandosi velocemente di tutto ciò che indossava
per precederlo, - Vado prima io.
- No! – si lamentò
Bill, intrecciando le braccia sul petto, - Ho freddo!
- Ma mi hai spinto
tu in acqua per primo!
- Mi pare che tu
ti sia ampiamente vendicato per questo!
Rimasero a
fissarsi negli occhi per qualche secondo, come se in quel modo dovessero
stabilire chi dei due avesse la supremazia sull’altro. Dopodiché, molto
semplicemente, cominciarono a correre e spintonarsi verso la vasca allo stesso
identico modo, ringhiando e scalciando e sgomitando in sincrono, al punto che
non si stupirono poi moltissimo quando, nella vasca, ci si ritrovarono insieme.
- E ora che si fa?
– ansimò Tom, senza fiato per la fatica.
Bill scrollò le
spalle, cercando di darsi un contegno.
- Be’, la vasca è
abbastanza grande per tutti e due. – sorrise poi malizioso, scivolando lento
oltre il corpo del fratello, per raggiungere i rubinetti e cominciare a
miscelare l’acqua. – L’abbiamo già provato, no…?
Tom non nascose il
brivido di aspettativa che gli corse sulla pelle a causa della vicinanza di
Bill, ma cercò di sorridere tranquillamente, aspettando la sua prossima mossa.
Bill non lo fece attendere: colse subito il suo desiderio e sorrise malizioso,
sospingendolo dolcemente sotto il getto d’acqua e facendo in modo di bagnarsi
assieme a lui.
- Chissà, -
sussurrò sensuale, - magari ti permetto perfino di lavarmi la schiena.
- Oh. – rise Tom,
imitando la sua espressione, - Ma non eri tu che stamattina volevi tregua?
Bill strinse le
palpebre come un gatto, arricciando il naso divertito e scivolando con una mano
sul petto di Tom, seguendo la linea dei suoi pettorali fino al ventre.
- Quello era
stamattina. – concluse spiccio, sporgendosi a sfiorare le labbra del biondo, -
Sono passate un sacco di ore, da allora.
Tom gli mugolò
addosso un assenso inarticolato, spingendosi verso di lui e schiacciandolo
delicatamente contro la parete piastrellata coperta dalla tenda in plastica che
girava tutt’attorno alla vasca. Al contatto con le mattonelle fredde, reso
ancora più fastidioso dalle gocce d’acqua ormai ghiacciate che riposavano contro
la superficie, Bill rabbrividì ed inarcò la schiena, spingendosi contro il corpo
del fratello come in cerca di protezione.
Tom mugolò ancora,
evidentemente soddisfatto, e lo strinse alla vita, tirandoselo contro di modo
che tutti i loro angoli e le loro curve aderissero perfettamente, godendo del
contatto ora lieve ora più marcato delle loro erezioni, che s’incontravano, si
separavano e si scontravano ancora al ritmo dei loro movimenti lenti e
cadenzati.
- Tomi, non
abbiamo tempo… - fece finta di protestare Bill, ma in realtà lo disse solo
perché adorava il modo tutto speciale in cui Tom metteva a tacere le sue
lamentele – baciandolo con forza sulle labbra, facendosi strada di prepotenza
all’interno della sua bocca con la lingua, come se pretenderlo e prenderlo lì
fossero una priorità immancabile…
Si lasciò andare
contro di lui, sollevando le braccia a cingergli il collo ed allargando le gambe
perché i loro bacini si sfiorassero con maggiore intensità. Tom non ebbe bisogno
di sentir ripetere l’invito, perché si schiacciò contro di lui con tanta furia
che a Bill, per un attimo, sembrò proprio di sentire annullarsi tutti i confini
dei loro corpi. Davvero, per un secondo, fu come essere tornati una cosa sola
anche nel corpo, oltre che nella mente.
Si aggrappò con
forza alle sue spalle, sollevando il bacino perché Tom capisse che aveva voglia
di essere tirato su. E Tom lo capì: lo strinse ai fianchi e lasciò scivolare le
mani in una carezza lentissima fino alle natiche, che afferrò con prepotenza
prima di scendere appena sotto di esse, poco prima della coscia, ed issarlo
contro la parete, mentre lui incrociava le gambe dietro la sua schiena per
reggersi senza cadere.
E poi i contorni
delle cose si fecero sfumati e confusi, e tutto cominciò a perdere senso e
motivo d’esistere, tutto a parte, ovviamente, il corpo di Tom, così vicino e
fremente e caldo e bagnato e-
- Ragazzi, io non
vorrei disturbare, - borbottò mestamente la voce di Andreas oltre la porta, dopo
aver bussato un paio di volte senza mostrare neanche particolare delicatezza, -
ma vostro padre comincia ad avere paura che siate scivolati nello scarico anche
voi assieme a tutto il resto. Solo per avvertire, eh. – s’interruppe e ridacchiò
brevemente, per poi aggiungere – Comunque fate, eh, fate pure con comodo: non ci
tengo a ripetere l’esperienza della cena di ieri! – e si allontanò, ridendo
compiaciuto come se la sua fosse stata la battuta del secolo.
Interrotti sul più
bello – ed improvvisamente raggelati da tutto quello sfoggio di ilarità fuori
luogo – i gemelli rimasero immobili, aggrappati per com’erano, a fissarsi negli
occhi per un lasso di tempo imprecisato.
Poi Bill si
riscosse, sospirando e rimettendo i piedi sul pavimento in ceramica della vasca,
stando attento a non scivolare.
- Ma… Bill…! –
mugolò disperato Tom, allungano le mani come a volerlo afferrare per
riportarselo vicino.
Bill evitò i suoi
attacchi con navigata grazia, atterrando elegantemente sul tappetino peloso
appena fuori dalla vasca e scrollando le spalle.
- Che ci vuoi
fare? – commentò, sorridendo sarcastico, - Vorrà dire che la tregua dovremo
concedercela per forza!
E, così dicendo,
si avvolse disinvoltamente un asciugamano attorno alla vita e saltellò
tranquillamente verso l’asciugacapelli.
Note di Ana:
Io sono più incredula di voi.
Che dire... ce l'abbiamo fatta! Abbiamo solo sei mesi di ritardo nella scaletta di pubblicazione XDDD
Il prossimo capitolo sarà l'ultimo e poi chiuderemo anche questo ciclo (qualcuno mi sa dire perchè ho Neverending story che mi fischia nelle orecchie? Non sarà mica una premonizione!).
Io sinceramente non saprei cosa dire (ho scritto abbastanza note nelle ultime 48 ore XDDDD), però liz ha detto che devo fare una precisazione.
In questa storia i gemelli fanno sesso. Fanno tanto sesso e tante cose che sono quasi il sesso. Probabilmente la gente inizierà a chiedersi se tutta questa azione sia scientificamente probabile.
Sì, lo è.
Parlo per esperienze personali dei compagni di corso della coinquilina.