Milano è una città.
A volte Zlatan prenderebbe a testate i muri per la rabbia, ritrovandosi a
scoprire cose che un mondo così distorto non gli ha mai insegnato – un po’
per disinteresse, un po’ per incapacità, tantissimo per incompatibilità tra
lui e il mondo attuale. È nato in un mondo diverso, si ricorda ancora
qualcosa di quella vita un po' più allegra, anche nella povertà estrema; poi
è arrivato l'Heysel, e quello, anche se non se lo ricorda benissimo – cosa
può ricordare, un uomo, di quando aveva quattro anni? I panini al cioccolato
che gli regalava la vicina? – ha segnato lui come tutti.
Quando aveva quattro anni uno stadio di merda da qualche parte dell'Europa
di merda si è trasformato in un carnaio di corpi e macerie. Ne aveva cinque
quando sono cominciati a scoppiare i disordini e a piovere le squalifiche, e
ne aveva sei quando hanno bandito il calcio per tre mesi – poi i mesi sono
diventati sei, e poi per anni non s'è più giocato; neanche per queste cose
ha buona memoria, ma i ragazzini più interessati a prendere a calci i
palloni ne parlavano. A Zlatan, che al massimo palleggiava con le gomme da
masticare, importava fino a un certo punto.
E poi ne aveva dodici quando ha cominciato a prendere lezioni di arti
marziali, perché imparare a difendere se stessi e la propria famiglia quando
non si hanno abbastanza soldi per comprare un'arma, o abbastanza conoscenze
in alto per farsi proteggere, è diventata una necessità. E tra una mossa e
l'altra di taekwondo, Zlatan sognava di procurarsi sia gli uni che le altre.
Tutto questo – la vita difficile, il taekwondo, il modo in cui ha cominciato
– José non lo sa; probabilmente lo intuisce, perché a quell'uomo sfuggono
poche cose, e quelle poche sono quasi certamente troppo ininfluenti per
essere considerate.
Milano non è la Svezia; è molto più calda, è molto più sporca, e dopo le
cinque del pomeriggio è praticamente deserta. Si chiede perché José si sia
ficcato in un buco di merda peggiore di altri, e allo stesso tempo tenta di
memorizzare le strade che dalla stazione portano all'ennesimo appartamento.
Questo stronzo butta via troppi soldi, si dice, e ancora non so come cazzo
se li procura.
Un leggero schiaffo sul sedere gli fa capire che è ora di smetterla di
pensare. Il condominio è più squallido dello Stjärna, l'ascensore sferraglia
come se non fosse revisionato da decenni, ma l'interno di quella porta
anonima svela un ambiente molto simile a quello di Stoccolma.
Zlatan reprime a stento un brivido di piacere, ricordando quella sera: è
incredibile come ricordi ogni dettaglio di una scopata di tanti giorni fa, o
di quella di due giorni prima, ed è altrettanto incredibile come
non
ricordi la faccia di quello stronzo che gli ha quasi devastato il culo, in
nome della protezione
, se ci tieni a rivedere la tua fighetta, il tuo
bambino.
Di questi due anni vuole ricordarsi solo Helena, Max e José. Prima di
salutarla – lei non ha smesso un secondo di piangere, per quanto abbia
cercato di dimostrarsi forte – le ha fatto promettere di mandare Max da
qualcuno di fidato; un parente, una sorella, purché lo tenga lontano da un
bordello che può fare la fine di quello dell’haitiana o degli altri in un
battito di ciglia. Le ha fatto promettere di fare lo stesso con Vincent,
quando sarà nato, perché almeno lui possa evitare quell’ambiente del tutto.
E le ha fatto promettere di tenere da parte dei soldi ogni mese e attendere
che tutti e tre possano affrontare un viaggio per mezza Europa, alla ricerca
di un posto più sicuro.
È alle tre promesse di Helena che Zlatan continua a pensare, stravaccato su
un divano foderato di stoffa verde e le gambe ciondoloni al di là del
bracciolo. Chiude gli occhi attendendo che José gli salti addosso, ora che è
totalmente suo – ha tutti i diritti di farlo,
desidera che lui lo
faccia – uno, cinque, quindici minuti.
Quando Zlatan riapre gli occhi la prima volta, José è ancora nell’ingresso a
fissarsi nello specchio, e tutto ciò che riesce a vedere, nella posizione in
cui è adesso, è una parte della sua schiena ancora avvolta nel cappotto. E
quando li riapre la seconda volta, sobbalzando per lo scatto improvviso
della porta blindata, José se n’è andato.
Si toglie la maglia, la appallottola e la lancia su una poltroncina che già
accoglie altri vestiti. Il contatto fastidioso tra la pelle nuda e la stoffa
ruvida e fresca del divano non fa che aumentare la sua stizza.
«I letti esistono per dormire.»
Zlatan si tira su a sedere di scatto, nonostante la risatina che accompagna
quelle parole gli garantisca che non ha fatto nulla di sbagliato. Si
stiracchia mollemente, tendendo le braccia in alto, e comincia a fissarlo
con un’espressione che, ne è certo, ha ben poco di innocente e incolpevole.
«Che ore sono?» gli chiede con voce impastata, le labbra roventi e la pelle
ancora accaldata – per la stanchezza del viaggio, per il caldo opprimente
che attanaglia questa città del cazzo, per José e per quel sogno
maledettamente frustrante che riguardava qualcosa su loro due, il divano
verde e due dita al posto giusto nel momento sbagliato. La risposta arriva
dopo parecchi secondi, come se sia incerto sulla risposta da dargli.
«Le sette.»
«Ho dormito più di due ore?» domanda incredulo, massaggiandosi lo stomaco
nudo con fare
davvero innocente, per una volta. José scoppia a
ridere, più convinto e divertito di quando se l’è ritrovato a sonnecchiare
sul divano, con la bocca semiaperta, una mano poggiata sul pavimento e i
jeans, un po’ più in basso di dove avrebbero dovuto essere, a lasciar
intravedere qualcosa che dovrebbe restare nascosto, tra le persone normali.
«Le sette di mattina, non di sera» riesce finalmente a dire, la voce rotta
dalle risate. «E ci credo che hai fame, devi recuperare un pranzo, una cena
e una colazione tutti insieme.»
Zlatan si guarda attorno, passandosi una mano tra i capelli nel tentativo di
farli sembrare appena decenti. «Le sette. Dove sei stato?»
José lo guarda con aria immensamente soddisfatta di sé; gli occhi scuri gli
luccicano in un modo che Zlatan non ha mai visto, le labbra spesse
addirittura lasciano intravedere un sorriso vero, non inquinato da
ripensamenti improvvisi o doppi fini.
«A
procurarmi una nuova Touran» dice, e riesce a fargli sembrare
l’acquisto – o il furto o il noleggio, questo andrà verificato in separata
sede – di un’auto qualcosa di assolutamente normale, e non una conseguenza
della richiesta di Zlatan di provare a scopare anche lì.
«Le sette» ripete ancora una volta quest’ultimo, come un automa, e le labbra
gli si increspano in un ghigno divertito: e poi anche Zlatan comincia a
ridere, della sua incolpevole stupidità e di quanto sia amara la marmellata
di arance; ride del morso troppo grosso che, famelico, ha dato alla fetta di
pane, quasi strozzandosi nel tentativo di mandarla giù, e del fatto che
José, dopotutto, non sia andato via e l’abbia abbandonato al suo destino, in
una città semisommersa da rifiuti di incerto genere e altrettanto incerta
natura. E ride del proprio tentativo goffo di allungare una mano e di
pulirgli la bocca dalla marmellata con le dita, e del rumore allucinante che
fanno quando José gli afferra il polso e lo trascina sul divano,
piantandogli il sapore di arance e caffè sulle labbra in un bacio improvviso
e quasi strappandogli via il bottone dei jeans nel tentativo di sfilarglieli
in fretta.
Quando le dita della mano destra di José – due, non una di più ma neanche
una di meno – si fanno strada a stimolarlo da dietro, Zlatan comincia a
credere nei sogni profetici; poi l’altra mano si avvolge intorno alla sua
erezione, decisa, e ripiomba nel mondo dei sogni.
* * *
Lo scroscio d’acqua non può nascondere il rumore dei suoi passi, così come
il profumo del bagnoschiuma non può mascherare l’odore di José che, ormai,
comincia a imprimersi persistentemente su di lui. Quando la porta del bagno
si apre silenziosamente – se ne accorge dal leggero refolo di vento, lo
percepisce nonostante la comodità della cabina – Zlatan non fa una piega, e
continua a far scorrere il getto per risciacquarsi. Dal grattare contro il
pavimento, intuisce che José si è seduto sullo sgabello su cui aveva pensato
di poggiare i boxer, e sospira di sollievo per non averlo fatto.
Apre la porta della doccia con calma, ritrovandoselo effettivamente davanti
– anche se, al momento, non gli sta prestando più attenzione di un qualsiasi
arredo del bagno; non è la prima volta che se lo ritrova perso tra i suoi
pensieri, dopotutto, e con un sorriso furbetto si allunga per prendere
l’accappatoio.
«Fermati un attimo» gli ordina, in un tono che non ammette repliche e che
gli sembra fastidiosamente simile alle prime volte in cui si sono incontrati
– e scontrati – a Malmö; aveva quasi dimenticato il numero di volte in cui
l’aveva etichettato come stronzo, e quella sfumatura di voce è semplicemente
indecente: un po’ perché è così arrogante da andare ben oltre il semplice
concetto di “sgradevole”, un po’ perché ha il potere di fargli fare tutto
quello che vuole.
«Cosa?» ringhia, il cervello pronto alla difesa. José non risponde subito;
si concede parecchi attimi per pensare, apparentemente più interessato
all’acqua che gocciola per terra in una pozzanghera bollente che al corpo
stesso.
«Voltati.»
Zlatan inarca un sopracciglio, la bocca storta in una smorfia insicura, e fa
un mezzo giro su se stesso.
«Tendi le braccia verso l’alto… sì, proprio così. Ora allargale verso
l’esterno. No, tienile orizzontali, spingi verso l’esterno» continua a
impartirgli ordini con voce casuale; i muscoli di Zlatan, in tensione,
cominciano a farsi sentire. «Congiungi le mani dietro la schiena e fletti le
braccia. Perfetto, sì.»
«Dura ancora molto questa stronzata?» sbuffa, il sudore che comincia a
sovrapporsi all’umidità della pelle – se continua così, dovrà farsi un’altra
doccia.
«Tutto il tempo che mi va» ribatte secco. «Ti ho comprato e con te ci faccio
quello che voglio. Tendi i glutei e spingi verso l’alto.»
Zlatan è contento di non dovergli mostrare la sua irritazione, che sta
prendendo forma di due aloni rossastri e infuocati lungo gli zigomi.
«Centrocampo avanzato. Torre per gli schemi e i piazzati. Forse anche punta»
sciorina a bassa voce, prendendo appunti su un taccuino materializzatosi tra
le sue mani chissà come e quando; a Zlatan ricorda il rosario biascicato
dalla sua santissima madre, tutti i venerdì dell’anno e ogni volta che una
pover’anima spirava dilaniata dall’ennesimo attentato o uccisa dallo
squilibrato di turno. «Girati e allunga il piede verso di me. Resta in
equilibrio su quello più stabile.»
José è uno stronzo. Zlatan esegue.
«Ora sull’altro.»
Per un folle istante, si chiede se non dovrebbe avere un po’ più di pudore
nei confronti di quello che, in fin dei conti, è solo un povero pazzo che si
è comprato una puttana per non andare avanti e indietro dall’Italia alla
Svezia; eppure anche il modo con cui gli ordina di fare un sacco di cose
inutili – affondi laterali, pose più adatte a giornali per culturisti che a…
beh, a persone come lui, posizioni da mantenere che gli costano sudore e
fatica, ora che non si allena più come una volta.
Passa quasi un’ora prima che José si dichiari soddisfatto – ha voltato
pagina al block-notes almeno tre volte, avvicinandoglisi soltanto per
misurare con le mani la lunghezza del bicipite e l’altezza della testa. «Non
sei al massimo della forma» commenta asciutto alla fine, «ma per ora può
andare.»
Zlatan non risponde; si limita a guardare la doccia con una punta di
rimpianto.
«Dopo ti voglio in soggiorno» borbotta José prima di lasciarlo nuovamente
solo nel bagno.
* * *
Zlatan ha i nervi a fior di pelle quando si mette a sedere sul divano, con
addosso un paio di jeans nuovi – gentile omaggio di José, a quanto pare – e
una maglia nuova e comoda – ancora, gentile omaggio di José. Non ha neanche
provato a mettersi le scarpe, limitandosi a indossare i calzini e bearsi del
contatto con la moquette ordinata. L’altro attende con pazienza che si
rilassi e che allunghi le gambe contro il tavolo.
«Stammi a sentire. Ho voglia di fare conversazione, e pretendo che per una
volta la si faccia come si deve. Mi sono spiegato?»
Zlatan annuisce, un po’ infastidito da questa versione di José che ogni
tanto fa capolino (ed è in giro da un po’ troppo tempo, ormai); per quanto
possa dare l’impressione di essere tranquillo, la realtà è ben diversa. E ha
deciso di sopportarlo soltanto perché la sua speranza è che possa
ritrovarselo dentro entro la prossima mezz’ora, in ogni caso.
«È vero che palleggi con la gomma da masticare?»
«Ancora con questa stron- oh, okay, sì» cambia in fretta tono e frase da
dire, perché con quella smorfia non si può né scherzare, né tentare di
imporsi in base a una presunta superiorità. «Sì, ti rispondo. Sì,
palleggiavo con le cicche. Con qualunque cosa si potesse palleggiare, in
effetti.»
«Mh» commenta, segnando un altro appunto sul taccuino di prima. Zlatan
vorrebbe allungare il collo per leggere cosa diavolo ci sta scrivendo, ma
non gli sembra l’idea più geniale della storia.
«E comunque che cambia?» ricomincia. «Anche se fosse, ora palleggiare non
serve a un cazzo, no?»
«Che cambia? Niente» risponde José. «O forse tutto. O qualcosa di abbastanza
importante. Ti ricordi quando hai cominciato?»
«A far che?»
«A palleggiare. A giocare. A giocare a
calcio.»
Zlatan ride sguaiatamente. «Il calcio è morto. E il mondo dietro di lui,
prima come becchino e poi come compagno.»
«Non sai un cazzo del mondo.»
«E lo sai tu, il cazzo del mondo? O conosci solo il culo del mondo?»
«Non deve interessarti. Io faccio le domande. Tu rispondi. Fine della
discussione.»
José non ha neanche bisogno di ripetere la domanda; Zlatan socchiude gli
occhi, come un gatto pronto a graffiare il padrone che gli ha pestato la
coda – o forse è solo un modo per raccogliere meglio i ricordi.
«Non sono neanche svedese. I miei sono emigrati per lavorare. Con le cicche
palleggiavo a quattro anni, quando è successo il casino lì, all’Heysel – ma
lo sai, non devo raccontartelo io. Mamma dopo un po’ mi regalò le scarpe;
era una delle ultime paia in saldo da Skopunkten, prima del fallimento, e
prima che correre dietro alla palla… beh, nessuno voleva più. Ma all’inizio,
quando i casini non erano così gravi, giocavamo ogni giorno, anche quelli
dei parchi vicini venivano da noi e imitavamo i calciatori dai filmati che
mandava la televisione della vicina di casa.»
Riprende fiato, stupendosi della rottura di quel qualcosa che lo teneva
separato da José – e dal mondo. «Poi niente. Ho provato pure a giocare, per
un po’ – qualcuno diceva pure che non ero poi scarso come gli altri; ma non
se n’è fatto mai niente, da allora. E adesso… mh, lo sai meglio di me, no?
Il calcio non esiste più. Il mondo neppure. E a diciotto anni lo
Stjärna è
diventato la mia casa, e Helena l’unica persona a cui dar conto
dell’esistenza di…»
«Nio.»
Esita all’interruzione di José. «Già.
Nio. Bella idea darsi un nome
del cazzo, no?»
Zlatan lo guarda portarsi le mani giunte contro il naso, come a dar tregua a
pensieri troppo complessi da essere espressi. «Scusa. Mi sono lasciato un
po’ prendere» commenta, in tono di scusa.
«Tu lo sai perché ti ho portato qui?»
«Scusa?» dice, cambiando posizione sul divano; l’improvviso cambio di
argomento lo mette a disagio.
«Hai una vaga idea del perché ti abbia comprato da Helena?»
Zlatan apre la bocca per parlare, e immediatamente si trattiene dal dargli
una risposta che sa già essere sbagliata – perché è quello che vuole lui,
non quello che vuole José. «Per scoparmi quando ti pare.»
«Non era quello che già facevo a Stoccolma?»
«Malmö. A Stoccolma ci siamo stati una sola volta» ghigna, nel tentativo di
nascondere un brivido di piacere che quella
sola volta gli suscita.
José muove la mano per aria, come a scacciare un’inesistente mosca
particolarmente molesta. «Malmö, Stoccolma. Quale differenza vuoi che
faccia, per me?»
Zlatan non risponde. Il suo sorriso si spegne in un secondo.
«E quindi?»
José ridacchia – ma è una risata diversa. Pericolosa. «Proprio non lo
immagini? Io cercavo esattamente te, in quel buco.» Zlatan trattiene il
respiro senza volerlo. «Cercavo una puttana particolarmente bendisposta, che
sapeva palleggiare con le gomme da masticare.»
Gli porge un cartoncino piegato in due appena estratto da un borsello. Una
carta di identità, abilmente falsificata, che porta una sua foto – quando
cazzo gliel’ha fatta? Neanche se n’è accorto! – e su cui campeggia la
scritta “Zlatan Ibrahimović”. Non può fare a meno di pensare che abbia
scelto un pessimo cognome, ma d’altronde neanche ricorda più quello vero,
quindi uno vale l’altro.
«Non ti ho portato qui per scoparti ogni volta che ho le palle piene e gli
ormoni in circolo. Ti ho portato qui perché voglio che giochi a calcio.»
Un’abile pausa. «Per me.»
TBC...