CAPITOLO DODICI – E’ FINITA
La prese tra le braccia, impedendo con un piede che la portiera della macchina
si richiudesse; la prese, si trattenne dallo stringerla affettuosamente a sé,
per non turbare quello stato d’incoscienza così simile al sonno, e infine si
volse verso villa.
Era notte, e le fronde degli alberi agitate dal vento sussurravano parole
antiche, racconti epici che solo un orecchio nobile poteva comprendere;
Sesshomaru fissò quell’angelico ed innocente volto, e fu certo che Rin sarebbe
stata in grado di tradurli tutti, uno dopo l’altro. Poggiò le labbra a quella
fronte accaldata dalla debolezza, donandole un delicato e rispettoso bacio.
Si avviò verso l’entrata, calpestando l’erba fradicia di rugiada, oltrepassando
senza guardare la grande chiazza di sangue lasciata là proprio dalla sua
protetta.
Si richiuse il portone alle spalle. Era a casa.
“L’acqua mi sembra calda!” Ne aveva testato la temperatura con un candido piede,
immerso solo sino a metà; ad esso, non vista, si aggrappò una formica
disgraziatamente caduta nelle acque della grande piscina, e quando Rin riportò
l’arto a terra, fu salva. Se l’avessero notato, forse entrambi si sarebbero
immedesimati in quell’insetto. Ma queste sono metafore da poeta.
Sesshomaru alzò il capo dal libro che stava leggendo, sorridendole dall’ombra
dell’albero sotto il quale aveva trovato rifugio dall’impietoso sole. Sorrise al
suo richiamo, perdendosi una volta di più nell’ammirarla.
Era un po’ più in carne, adesso, finalmente non più costretta a lunghe nottate
passate all’aperto, a frugali pasti consumati in fretta; non più costretta ad
odiare il proprio corpo.
Anzi, negli ultimi tempi s’era fatta più vanitosa, perdendo il suo tempo in
negozi di abiti, spazzolandosi con attenzione quella cascata di seta corvina,
riuscendo misteriosamente a mantenere quella sua aria da bambina innocente ora
mista ad una nuova sensualità, che sapeva avvincerlo, sempre e comunque.
Sesshomaru le si avvicinò, sfiorandole la linea della spina dorsale, non badando
alle cicatrici che il due pezzi turchese (amava i colori, e li indossava tutti,
con gioia; tutti tranne il rosso) metteva trucemente in risalto: quei segni
facevano parte del passato, e nessuno di loro due vi avrebbe mai dovuto pensare.
Anche se a volte evitare di fissare quella cicatrice che deturpava il suo bel
ventre gli era quasi impossibile; forse perché in parte era causa sua.
Erano passati quasi cinque mesi da quando, quella notte, era giunto nella villa
di famiglia, dopo aver lasciato Inuyasha e consorte a casa loro; non avevano
obiettato, quando l’avevano visto ripartire in compagnia di una Rin sempre più
pallida, e stranamente si era sentito di capirli: volevano stare soli. Avevano
rischiato troppe volte di perdersi, e ora volevano assolutamente stare soli,
magari le mani intrecciate sull’ombelico di lei, intenti a rassicurare la loro
nuova, piccola vita.
Sì, Sesshomaru si era sentito di capirli; ed era per questo che si era rifugiato
in quell’oasi nel verde, in quella villa familiare che aveva sempre evitato,
chiamando un dottore per sicurezza e poi passando l’intera nottata a letto, la
testa della sua protetta beatamente poggiata sul suo petto, godendo del ritmo
del suo respiro.
E quando, il mattino dopo, lei aveva riaperto gli occhi d’ebano, scrutando quel
grande uomo che l’avvolgeva a sé, quando i loro sguardi s’erano incrociati per
la prima volta dalla fine di tutto, non c’era stato bisogno di parole; solo un
bacio.
Come ora; senza parlare, si era chinato sulle sue morbide labbra, come sempre
non sapendo da che parte cominciare a carezzarla. Rin rise quando la bocca di
lui le sfiorò giocosa il lobo dell’orecchio, e si abbandonò anima e corpo a
Sesshomaru-san. Il Principe dei Demoni. Il suo uomo.
Ancora non aveva voluta farla sua; giocava a coccolarla, a volte ad eccitarla,
ma mai aveva tentato qualcosa che andasse oltre la barriera dei suoi abiti:
sarebbe stata lei a chiederlo, quando sarebbe stata pronta. E se non si fosse
mai decisa, beh… pazienza. Meglio una mano stretta con amore che una fredda
scopata, e questa era una delle tante lezioni che lui aveva imparato dalla vita.
Con una mossa veloce, prendendolo alla sprovvista, lo spinse verso il bordo
della piscina, facendogli perdere l’equilibrio; cadde con grandi spruzzi
nell’acqua, e quando riemerse un movimento nell’acqua gli indicò che anche lei
si era tuffata. Ridendo, iniziò a nuotare, seguendola.
- Vieni, siamo in ritardo! – Da quando non gli dava più del lei? Aveva
continuato imperterrita per un lungo periodo, raggiungendo l’ossimoro di
baciarlo a chiamandolo Signore (neanche si trattasse di un giochino erotico), ma
ad un certo punto questo era sparito: cresceva il sentimento, si cancellavano le
inibizioni. Più giorni passava con lui, più diventava sua.
Sistemò la macchina davanti al marciapiede, e lei quasi non volle attendere che
fosse ferma del tutto, aprendo la portiera ed apprestandosi ad uscire; tra le
mani, un grande pacco, un pacco azzurro con un trionfale fiocco del medesimo
colore.
Non si disturbò neppure a chiedere di essere aspettato: appena accortosi di
essere senza di lui, si era fermata, simile ad un fedele cane in attesa; la
raggiunse, intrecciandole dita delle loro mani, e fianco a fianco si avviarono
verso l’interno dell’ospedale.
Le corsie fremevano, pulsavano di movimento; sembrava che ognuno avesse qualcosa
da fare, un posto dove correre, e solo quella coppia appariva come immersa in
una bolla senza tempo, avviata senza indecisione alcuna verso il reparto
maternità. S’incamminarono nel lungo corridoio, accorgendosi d’essere in
concomitanza con l’ora della poppata: in ogni stanza, una donna ammirava la
propria meravigliosa creatura attaccata al seno. Rin osservò incredula quei
piccoli miracoli, chiedendosi se un giorno avrebbe avuto la forza e il coraggio
di accogliere un feto in sé… ma forse prima bisognava trovare il coraggio di
accogliere Sesshomaru, di cercare grazie a lui una distinzione tra amore e
sesso.
Inuyasha li aspettava sulla porta; sorrise a Rin, rivolse il solito cenno del
capo a Sesshomaru, che neppure si degnò di ricambiarlo. Ci sono cose che non
cambiano mai… come quei due fratelli, disposti a morire l’uno per l’altro ma
allergici anche ad una semplice stretta di mano.
Rin, ridendo sotto i baffi, li lasciò ai loro discorsi fatti di mezze parole ed
eloquenti sguardi, entrando nella stanza di Kagome.
Era… un angelo. La luce solare filtrava dalla finestra, carezzando il suo volto,
forse un po’ provato. In fondo, quel bel bambino che teneva tra le braccia era
venuto al mondo solo la notte prima, ed era normale che lei fosse debole, con
profonde occhiaie. Ma Rin ebbe la sensazione che in vita sua quella donna non
fosse mai stata meglio.
- Kagome-san! – sussurrò, attenta a non svegliare il nuovo nato, il quale,
beatamente attaccato ad un capezzolo, scivolava ora nell’incoscienza, ora nella
veglia, continuando a succhiare il nettare materno.
Kagome usò la mano libera per concederle una breve carezza al volto, quindi
spostò leggermente il pargolo, così che Rin potesse ammirarlo meglio; silenziosi
come due ombre, Inuyasha e Sesshomaru entrarono, e persino il Principe dei
Demoni si lasciò incantare da così tanta purezza.
Anche se…
- E’ biondo. Kagome non lo è, tu neppure. Non è che c’è qualcosa che non sai,
fratello? -
- Ma Sesshomaru, cosa dici… - Kagome rise, eppure suo marito non la trovò una
cosa così divertente.
- Ritira subito quel che hai detto!
- Vuoi che ritiri il fatto tangibile che sia biondo?
Dopo una decina di minuti, agli altoparlanti del reparto di maternità la
tremante voce di un medico implorò alla calma i due uomini che minacciavano di
uccidersi nei corridoio. Ma essi non vi prestarono ascolto.