WE HAVE CHANGED BUT WE'RE STILL THE SAME
Morgan non riesce a staccare lo sguardo dalle linee nette del taglio di capelli
di Silvio. Non l’ha mai visto coi capelli così corti, fronte e collo e tempie
scoperte, e non riesce a capire se stia bene o meno. Silver è sempre stato
bello, in modo molto puro e semplice. Non aveva il fascino inquietante di Marco
né quello un po’ languido di Mario. Non aveva la carica erotica delle curve
dolci di Cristiana e Ornella né la carica rabbiosa del carattere forte di
Chiara, era una cosa completamente diversa. Se avesse dovuto paragonarlo a
qualcosa, quel qualcosa sarebbero stati i putti di Raffaello, così dolci e
semplici eppure ribelli nella loro tenerezza – i capelli perennemente
scompigliati e centimetri di pelle scoperti senza coscienza, piegandosi a
recuperare la chitarra o saltando a caso sui divani. Distogliere lo sguardo era
dura tanto quanto tenerlo incollato alla sfumatura rosata dei suoi fianchi
morbidi che facevano capolino dall’orlo inferiore della maglietta.
Adesso, guardarlo così lo fa sentire fuori posto. Fa sembrare fuori posto un po’
tutto, in realtà, compresi loro due seduti a tavola e dividere una pizza che sa
di gomma e crocchia rumorosamente sotto i denti.
- Mi ha stupito incontrarti qui. – comincia, allungando una mano a recuperare il
proprio boccale di birra ma esitando a portarlo alle labbra, - Cosa ci fai a
Milano?
- Be’, - sorride lui, un po’ imbarazzato, - Abbiamo portato i bambini in visita,
sai, volevano tanto vedere Milano… - si interrompe solo un attimo e legge negli
occhi spalancati del suo interlocutore un errore macroscopico farsi strada con
un pizzico di turbamento eccessivo, - Non i nostri bambini! – si affretta
a precisare, agitando le mani nell’aria di fronte a sé come a voler dissipare
ogni dubbio di Morgan, - I lupetti e le coccinelle. Io e Francesca ancora non--
intendo, siamo giovani, non pensiamo ad avere bambini. Né niente del genere. –
conclude, tirando un sospiro che non riesce ad essere sollevato nemmeno in parte
ed affondando il naso nel proprio enorme bicchiere di coca cola ghiacciata,
dolciastra e annacquata.
- Francesca? – chiede Morgan, portando finalmente la birra alle labbra, senza
però berla, quasi volesse solo nascondercisi dietro.
- Sì, è – sorride, vagamente a disagio anche se sa che non dovrebbe avere motivo
di sentirsi così, - è la mia ragazza. Probabilmente non te la ricordi nemmeno, è
una delle ragazze che stanno negli scout con me, s’è vista anche in un daytime.
Bionda… - accenna, e gesticola in aria come volesse disegnarla per fargli capire
di chi sta parlando, ma Morgan distoglie lo sguardo, annuisce disinteressato e
manda giù un sorso di birra.
- Me la ricordo. – risponde quindi, ed è così chiaro che sta mentendo che
Silver, sentendosi irrazionalmente colpevole, abbassa lo sguardo. – Stai
seguendo la linea dritta e pianeggiante che altri hanno disegnato per te? –
chiede con un sorriso a metà fra il trasognato e il sarcastico, - Una vita
tranquilla, casa e lavoro, domenica in chiesa, a nanna a mezzanotte, sposato con
l’amichetta conosciuta in oratorio, un trilione di bambini da crescere
nell’amore di Dio e cos’altro, poi? Pranzi e cene in famiglia per le feste
comandate e magari qualche notte andando in giro a puttane perché la tua adorata
mogliettina non riesce a darti quel qualcosa in più che neanche tu capisci
cos’è?
Silvio si irrigidisce, le labbra ridotte a due linee sottilissime che tagliano
l’ovale del viso quasi con violenza, disturbandone l’armonia. Morgan non sa se
maledirsi per avere rovinato un’opera d’arte, oppure compiacersene.
- Perché mi parli così, adesso? – chiede, passando il dito sull’orlo ricamato
della tovaglia, giusto per trovare un pretesto che gli consenta di distogliere
lo sguardo da quello intenso ed appuntito di Morgan, seduto rigidamente di
fronte a lui, - Perché ti sei arrabbiato?
- Perché un tempo eri Silver e splendevi. Adesso sei solo Silvio.
– risponde, quasi ostentando noia, - Non c’è più niente di interessante, in te.
Non brilli più.
Silvio si morde un labbro, abbassando lo sguardo sulla pizza sbocconcellata un
po’ a caso.
- …faceva veramente schifo. – commenta con la voce rotta. Pensa a Francesca in
albergo coi bimbi e le bimbe dell’oratorio e d’improvviso la sua immagine
tranquilla gli appare quasi paradisiaca. La immagina stesa sul letto con quel
sorriso dolce e indulgente, la vede allungarsi a spegnere la luce, perché lui
non vuole mai fare l’amore quando è accesa. Quando può vederla.
Morgan si alza in piedi e si allontana con un sospiro da diva frustrata,
roteando teatralmente gli occhi. Silvio lo osserva allontanarsi, stupito, e ci
mette effettivamente un po’ a capire che se n’è andato sul serio, che non
tornerà, che non sta scherzando. Che non farà come quando giocava con tutti
loro, tre anni prima, e fingeva di entrare e uscire immediatamente dal loft
senza dir loro niente, stavolta è andato e basta. Non ci sono scherzi e non ci
sono battute.
Si alza frettolosamente, lasciando tutto sul tavolo e correndo alla cassa per
pagare di volata, probabilmente lasciando al cassiere parecchio più di quanto il
servizio o il cibo non meritassero, e poi corre fuori nel caldo umido e
appiccicoso dell’estate milanese. Le strade sono gremite di gente e Morgan è
lontano almeno una trentina di metri. Cammina tranquillo lungo il Naviglio, le
mani in tasca, i jeans strettissimi e indecenti addosso ad uno della sua età, la
sciarpina in seta colorata che ondeggia lungo la schiena, sulla maglietta bianca
e quasi sdrucita.
Morgan è sempre il solito, lui è l’unico ad essere cambiato.
- Mor-- Marco! – lo chiama, allungando quasi un braccio per cercare di
afferrarlo, nonostante la distanza. Morgan, naturalmente, non si ferma, ma
d’altronde Silvio non ha creduto neanche per un secondo che l’avrebbe fatto, per
cui gli corre dietro, ansimando un po’ quando l’afa che si solleva in gocce
dense dall’acqua immobile del Naviglio gli avvolge il petto, impedendogli quasi
di respirare.
Lo raggiunge e gli appoggia una mano sulla spalla con un’irruenza che stupisce
entrambi, e che non si placa neanche quando prende a trascinarlo verso un vicolo
– il primo disponibile, non ha tempo e modo di sceglierne uno in particolare e,
anche quando, non ne avrebbe le competenze, perché Milano si è ridotta in
ricordi sbiaditi e incompleti, nella sua memoria, e le immagini più vivide sono
quelle colorate e concitate di un loft che, in questo momento, non vuol dire
davvero più nulla.
Le labbra di Morgan non sanno di caffè e sigarette come aveva sempre immaginato
- come aveva sempre cercato di impedirsi di immaginare: trattengono il
sapore gommoso e un po’ bruciacchiato della pasta della pizza e quello amaro
della birra, ed hanno un retrogusto di qualcosa di ignoto e sconosciuto che
Silvio può immaginare essere il suo sapore.
Morgan è forte, lo schiaccia contro il muro nonostante sia più basso di lui e
Silvio si lascia sfuggire un gemito un po’ tremolante quando la sua mano calma
si infila di prepotenza fra la sua pancia e i suoi pantaloni, cercando la sua
erezione tesa fra le cosce e costretta da troppi strati di vestiti. Francesca
scompare in una nuvola di niente – nella nuvola di niente dove forse sarebbe più
giusto lasciarla anche dopo, quando sarà tornato alla realtà e non potrà più
ignorare ciò che sta succedendo in questo momento – e tutto ciò che resta di
importante in tutto il mondo sono le dita di Morgan che lo stringono e lo
accarezzano, costringendolo ad ansimare sempre più pesantemente mentre l’umidità
della notte gli si scioglie sulla fronte.
Lo chiama piano per nome mentre lo sente strusciarsi contro la sua gamba in un
tentativo estremo di prendere anche qualcosa per sé, perché non sarebbe Morgan
se i suoi gesti fossero tesi solo a soddisfarlo, ed invece è molto più bello e
semplice riconoscerlo adesso mentre ogni suo movimento va alla ricerca di un po’
di soddisfazione per entrambi. Strizza forte le palpebre e lo allaccia al
collo spingendosi con forza fra le sue dita, contro il suo palmo, e quando viene
non si preoccupa di cosa dovrà fare una volta tornato in albergo coi pantaloni e
la coscienza sporchi: Morgan lo bacia piano, profondamente, e si muove contro la
sua gamba in due spinte un po’ più forti delle altre, prima di fermarsi del
tutto e poi appoggiarsi con la fronte nell’incavo fra il suo collo e la sua
spalla, ansimando faticosamente.
Gli occhi di Silvio si perdono sul muro del palazzo di fronte, scuro e vecchio,
la parete coperta da un sottile strato di muffa. Si sentono le voci dei passanti
provenire dal Naviglio, le loro risate, i loro discorsi più o meno interessanti,
tutto lo circonda e lo stordisce. La mano di Morgan è ancora lì e Silvio si
sente Silver, di nuovo, per un attimo brevissimo ma dannatamente – e
dolorosamente – piacevole.
- Quella maglietta… - gli sussurra all’orecchio, chiudendo gli occhi, - ce l’ho
ancora, sai?
Morgan resta in silenzio e lo abbraccia stretto, inspirando profondamente il suo
odore. Passano minuti che sembrano eternità, prima che si decida a lasciarlo
andare.