UNENDLICHKEIT
Capitolo 2
- In
The Moonlight There Are Just The Two Of Us -
All’inizio erano
state solo un paio di spinte infastidite. Di quelle alle quali nemmeno fai caso
– alle quali ti sforzi di non fare caso – perché conosci il tuo gemello e
sai che ti vuole bene e non farebbe mai niente per farti soffrire e bla bla bla,
ma in effetti puoi capire il suo punto di vista, e puoi capire per
quale motivo non faccia altro che sbuffare esasperato, girandosi e rigirandosi
nel letto come un’anima in pena, allargando le gambe per farsi un po’ di spazio
– soprattutto da quando avete deciso, più o meno di comune accordo, di dormire
l’uno con la testa sul cuscino e l’altro col capo ai piedi del letto, per
evitare di spingervi giù dal materasso a vicenda.
Ma quando avevano cominciato a volare i calci, e le dita ficcate con forza fra
le costole, e le coperte rubate, e i pizzicotti sui polpacci e sulle cosce, e i
piedi sul naso, e tutta un’altra serie di cose che, adesso no, non concepisci
più, e alle quali non puoi fare a meno di fare caso, letto alla francese
o no, era scoppiata la terza guerra mondiale.
Bill s’era messo in ginocchio e s’era voltato a fissare Tom con sguardo omicida.
Talmente omicida che il biondo l’aveva percepito nonostante il buio della
stanza, ed era scattato in ginocchio a propria volta, per fronteggiare il
fratello da una posizione meno svantaggiosa.
- Tom!!! – aveva strillato Bill, incurante del resto dello chalet avvolto in un
religioso e giustificato silenzio notturno, - Smettila subito di fare così!
- Non faccio che rispondere ai tuoi attacchi! – aveva protestato in risposta
Tom, incrociando le braccia sul petto perché fosse chiaro che non aveva
intenzione di cedere posto neanche per un millimetro.
Bill aveva percepito quell’intenzione assoluta e – a suo parere – assurda, ed
aveva pensato di contrattaccare con un gesto ugualmente idiota. Ovvero
avventandoglisi addosso ed afferrando un paio di dreadlock fra le dita,
cominciando a tirare furiosamente come un bambino.
Le urla s’erano diffuse per tutto l’appartamento, ed era diventato impossibile
ignorarle. Al punto che, dopo aver rassicurato Gabi e Gretchen sul fatto che no,
nessuna vivisezione era in corso nella stanza dei gemelli e no, quella vacanza
non si sarebbe trasformata nel seguito di Hostel, Gustav e Georg li avevano
raggiunti in camera, li avevano afferrati entrambi per le rispettive collottole,
li avevano accompagnati con malagrazia agli angoli della stanza come fossero
stati gli angoli di un ring ed avevano preteso che si calmassero, che
ricominciassero a respirare come esseri umani e non come bestie, che
riprendessero a ragionare razionalmente e tornassero a letto. “Per dormire”,
aveva precisato dubbioso Gustav, tirando un orecchio di Tom come una baby-sitter
oltraggiata, “non per ricominciare a picchiarvi”.
Grugnendo e ringhiando come animaletti, Bill e Tom erano effettivamente tornati
a letto. S’erano rimassi in posizione iniziale ed avevano provato a riprendere a
dormire. O almeno cominciare a farlo.
Ma non era servito a niente: due minuti dopo avevano ricominciato a pretendere
centimetri in più dal territorio dell’altro, e i calci e i dispetti erano
ricominciati.
Era stato a quel punto che Tom si era messo a sedere e, sospirando sofferente,
aveva chiamato Bill, il quale l’aveva seguito nel movimento, sedendosi di fronte
a lui ed appoggiando il mento sui palmi delle mani aperte, reggendosi coi gomiti
sulle ginocchia.
- Bill… - aveva sussurrato Tom, con tono penitente, guardandolo disperato, - Mi
dispiace di essermi comportato male, fino ad ora. Ma sono stanco… esausto,
e vorrei dormire. Magari… facciamo una tregua, ok? Solo fino a domattina. Poi
potremo ricominciare a litigarci il letto quanto vuoi, ma concedimi quattro
ore di sonno. Ti prego.
Bill si morse un labbro e ci rifletté.
- D’accordo. – disse infine, sospirando rassegnato. – Ma se ti freghi la coperta
sei morto.
Tom aveva giurato su tutti i santi del paradiso e su tutti gli illustri antenati
della famiglia Kaulitz che no, mai e poi mai! si sarebbe permesso di
privare il proprio fratello gemello del tepore rassicurante di una copertina di
lana, soprattutto in quel periodo e soprattutto a quell’altitudine!, sapeva bene
quanto fosse cagionevole di salute eccetera eccetera via discorrendo.
L’aveva addirittura spergiurato sulla sua prima Gibson.
Ovviamente, rubargli la coperta era stata la prima cosa che Tom aveva
fatto quando s’era finalmente assopito ed aveva preso a rigirarsi sul materasso
come su una graticola, come faceva sempre quando dormiva profondamente.
Bill aveva borbottato il proprio disappunto, facendo attenzione che nessuno in
qualche altra stanza lo sentisse – per evitare una nuova irruzione di Georg e
Gustav, che a quell’ora della notte avrebbero potuto non limitarsi a tirargli un
orecchio, ma sarebbero certamente passati a punizioni più consistenti e
pericolose.
Si rassegnò.
Suo fratello era un cretino e questa verità non c’era modo di cambiarla.
Poteva solo vendicarsi.
E aspettare di ridere, il giorno dopo.
Che poi, fu esattamente ciò che fece quando, dopo una nottata di piacevole
sonno, al mattino Tom aprì gli occhi e si ritrovò sbavante, con la bocca
spalancata… e il tallone del proprio fratello gemello fra le labbra.
Che quella sarebbe stata una vacanza turbolenta, era ormai una certezza.
*
Bill
si appoggiò allo stipite della porta del bagno, lasciando scorrere lo sguardo
sul tubetto mezzo vuoto, posato sul lavandino. L’altra metà del dentifricio era
oramai spalmata nella bocca di Tom, il quale stava sfregando con forza lo
spazzolino contro i denti.
Sorrise divertito e si avvicinò al gemello, il quale gli stava già lanciando
sguardi omicidi attraverso lo specchio.
- Fei uo sfonso... – biascicò il biondo girandosi verso il fratello, il quale
inarcò un sopracciglio incuriosito.
- Come scusa? – chiese, il sorriso ancora stampato sul volto.
Tom tirò lo spazzolino fuori dalla bocca, lasciando una leggera scia bianchiccia
scendere per il mento, mentre lo sguardo rimaneva fisso su quello di Bill.
- Ho detto che sei uno stronzo! – ripeté sputacchiando, facendo svolazzare
intorno a sé gocce mentolate.
Il sorriso del moro si bloccò non appena sentì qualcosa di fresco poggiarsi sul
labbro inferiore.
Tom gli aveva sputacchiato...
...in bocca.
In quel preciso istante, a migliaia di chilometri di distanza, i satelliti della
NASA poterono registrare un improvviso tremore dei ghiacciai dell’Antartide.
Nelle seguenti settimane, gli scienziati avrebbero passato ore a cercare di
capire la causa di quel fatto anomalo, ma, poiché nello spazio non è possibile
registrare suoni, non seppero mai che la causa del quasi disastro ambientale fu
un innocente ragazzo che aveva da poco compiuto diciott’anni e che, in quel
momento, strillando, aveva maledetto il giorno in cui la cellula nell’utero di
sua madre si era divisa in due, dando origine a un altro piccolo essere umano in
tutto e per tutto uguale a sé.
- Che schiiiifoooooo!!! Come hai osato?! Mi hai sputato in faccia! Sei un
porco!!! – sbraitò isterico, mentre si alzava in punta di piedi e si chinava
sopra il gemello per amplificare la potenza del proprio disgusto.
- Che cazzo, Bill! – rispose a tono il rasta, - Non fare la principessa sul
pisello, è solo dentifricio!
- Ah, è solo dentifricio? – si dimostrò più pacato il moro, - Solo dentifricio,
giusto? – disse, prendendo il tubetto ancora aperto dal lavandino e spremendone
una buona dose sul palmo. – Sai dove te lo puoi mettere il tuo “semplice
dentifricio”? – fece una pausa, registrando l’espressione terrorizzata di Tom,
alla quale rispose con una smorfia disgustata, prima di precisare: - In testa! –
e, dicendo così, spiaccicò la mano sui dreadlock del fratello, lasciandogli sul
capo una scia bianchiccio-verdastra che profumava di fresco.
Tom lo guardò con aria di sfida, senza lasciarsi sorprendere dalla follia
evidente del gesto del fratello, mostrando un antipatico quanto affascinante
ghigno malandrino.
- Siamo in vena di giocare alla parrucchiera, fratellino? – chiese retorico,
sorridendo, - Lascia che ti aiuti, allora!
Prese dalla mensola vicino allo specchio un contenitore rotondo e lo svuotò
quasi del tutto, dividendo la cera tra entrambe le mani. Lanciò un ultimo
sguardo al gemello e il suo ghigno si allargò ulteriormente nel momento in cui
notò che Bill non aveva ancora capito cosa stesse per accadergli. In un attimo
portò le mani tra i capelli del moro, cospargendoli di crema e sollevandoli in
un’adorabile cresta – riuscita male, ma pur sempre adorabile.
Bill cercò di fermarlo, agitandogli le mani davanti alla faccia, ma il gesto si
rivelò del tutto vano, ed ebbe l’unica conseguenza di fare in modo che il
pasticcio che Tom stava combinando sulla sua testa venisse fuori ancora più
pasticciato di quanto le premesse non promettessero.
Quando il gemello ebbe finito, gli lasciò andare la testa, ridendo sguaiatamente
come se quello che aveva fatto fosse la cosa più intelligente mai ideata in
tutta la propria vita, e Bill non poté fare altro che voltarsi verso lo specchio
ed osservare il disastro schifoso, col labbro tremulo.
- Contento ora? – chiese Tom, sprezzante, aprendo il rubinetto per lavarsi le
mani.
Bill guardò lui e poi rimirò nuovamente la propria immagine nello specchio.
Urgeva una vendetta.
Guardandosi intorno, alla ricerca di qualcosa che fosse adatto allo scopo, notò
una boccetta di collutorio posata sulla specchiera, e una piccola ma convincente
lampadina gli si accese fra i neuroni, illuminandogli gli occhi. Voltò lo
sguardo su Tom, osservandolo borbottare imprecazioni all’indirizzo della cera
per capelli, che gli aveva unto le mani e non sembrava intenzionata a mollarlo
neanche dopo i quintali di sapone che s’era spalmato addosso, e vide che le sue
difese si erano abbassate.
Era il momento di agire.
Facendo fruttare la splendida tecnica del pianto a comando che aveva imparato e
fatto propria fin da piccolo.
Si lasciò andare a un singhiozzo esasperato ed osservò Tom congelarsi sul posto,
le mani ancora talmente unte da brillare sotto il getto d’acqua, e voltarsi a
guardarlo con terrore. Si passò a propria volta le mani fra i capelli,
abbassando la cresta e facendo in modo che le ciocche corvine ricadessero,
impastate e brillanti, lungo il collo e le spalle.
- Che disastro… - mormorò, passandosi le mani sul collo e dando alla pelle lo
stesso effetto lucido che avevano preso le mani di Tom, - E adesso come faccio…?
- Bill… - biascicò Tom, enormemente in imbarazzo, deglutendo appena mentre
cercava di non farsi catturare dalla lucentezza della pelle del fratello, o
dalla morbida pienezza del suo labbro inferiore, impegnato a tremare come
sull’orlo di un enorme pianto disperato, - Senti, non volevo davvero…
- Tomi, mi si rovineranno tutti i capelli… - continuò a lamentarsi Bill,
sporgendosi verso di lui come a voler cercare consolazione per tutti i propri
guai, e lasciandosi andare con la fronte contro la sua spalla, strusciandosi
come una gattina in calore.
- B-Bill…! – ansimò Tom, cercando di tirarsi indietro, mentre le guance gli si
coloravano di rosso, - Ma ti pare il caso di…!
Bill singhiozzò ancora, sollevando entrambe le braccia a stringergli il collo e
muovendosi circolarmente per convincere Tom a dare le spalle alla specchiera.
- N-Non fare così, dai! – cercò di consolarlo il gemello, abbracciandolo
maldestro e poggiando le mani ancora bagnate sulla schiena, - Vedrai che dopo
una bella doccia…
Ma non ebbe modo di finire, perché Bill si sporse, allungando un braccio dietro
di lui, e afferrò con sicurezza il barattolino di collutorio; si separò con uno
scatto felino dal suo corpo e, dopo avergli arpionato i boxer, scostandone
l’orlo dal suo bacino, ne rovesciò all’interno tutto il contenuto, affogando il
pennarello di Tom in quasi quaranta centilitri di liquido verdognolo ad
immediato effetto congelante.
- AAAAARGH!!! – strillò ovviamente Tom, scrollandosi tutto per permettere ad
almeno una parte del liquido di abbandonarlo, scivolando lungo le gambe fino a
terra, - Tu sei completamente pazzo!!!
Bill si limitò a ghignare compiaciuto, incrociando le braccia sul petto e
pasticciandosi tutto con la cera che gli era rimasta sulle dita quando se l’era
passate fra i capelli.
- Così impari a toccarmi i capelli. – dichiarò, gonfiandosi come un galletto
mentre lo osservava scuotersi infastidito.
Tom grugnì, digrignando i denti come un animale selvatico.
- Ah, sì? – disse dopo un po’, - Sai, Bill? Come dicevo prima, avresti proprio
bisogno di una doccia! – gridò, afferrandolo per un polso e scaraventandolo
senza delicatezza nella vasca da bagno, per poi aprirgli l’acqua – ovviamente
ghiacciata – sulla testa ed osservarlo ridendo mentre rabbrividiva e si lanciava
in una serie di strilli feroci.
- Bastardo!!! – lo apostrofò Bill dopo essersi ripreso, - Fai schifo!!! –
concluse, allungandosi verso il doccino ed afferrandolo con entrambe le mani,
puntandolo poi come una pistola addosso al fratello che, gridando anche lui come
un ossesso, finì bagnato come un pulcino e scivolò ingloriosamente sulle
piastrelle del bagno, ormai completamente impiastricciate di tutte le schifezze
che s’erano versati addosso nell’ultima mezz’ora.
- Ma si può sapere che diavolo sta succedendo qua dentro?! – tuonò
allarmato Gustav, irrompendo in bagno e osservando con orrore lo scenario da
conflitto post-atomico che gli si parava davanti: Bill e Tom, bagnati fradici,
rimanevano immobili seduto l’uno sul fondo della vasca da bagno e l’altro sul
pavimento, rintanato in un angolo come uno scoiattolo impaurito, mentre il getto
d’acqua della doccia, fuoriuscente dal doccino ancora mollemente retto dalle
mani tremanti di Bill, si dedicava ad allagare per terra, mescolandosi ad una
serie di prodotti ormai indistinguibili l’uno dall’altro e spiaccicati
disgustosamente su ogni piastrella.
L’unica reazione che i gemelli ebbero fu abbassare contemporaneamente lo
sguardo, mentre una mano di Bill si sollevava quasi automaticamente a chiudere
il rubinetto dell’acqua.
- Voi due… non siete normali… - sillabò il batterista, sconvolto, guardandosi
attorno con aria sperduta.
- Gusti, ma-…!!! Ragazzi!!! Cosa…? – furono invece le parole di Georg, quando
apparve sulla soglia del bagno affiancandosi al biondo. – No, ma allora andate a
fanculo!!! – strillò il bassista, furioso, - Prima il casino di stanotte, ora
questo…! Se volevate rovinare la vacanza fin dall’inizio, bastava dirlo: vi
avremmo lasciati a casa o spediti alle Maldive…
- …o in un ospedale psichiatrico, il luogo più appropriato per voi… - aggiunse
acido Gustav, incrociando le braccia sul petto.
- Appunto. Insomma, era questa la vostra intenzione?!
I gemelli non poterono che scuotere il capo, mugugnando colpevoli.
Gli altri due sospirarono, rilassando le spalle come rassegnati.
- Date una pulita. – ordinò glaciale Gustav, mentre Georg annuiva con
competenza, - Lavate tutto per bene.
- Voi stessi compresi.
- E poi fatevi trovare giù… le ragazze hanno voglia di uscire.
Bill e Tom sollevarono due occhiate ugualmente furenti, accennando a una
protesta che però morì subito, stroncata dagli sguardi duri dei loro compagni di
band.
- Le ragazze vogliono uscire. – ripeté Georg, ribadendo il concetto già espresso
da Gustav, - Perciò usciremo. E non voglio sentire neanche un “ba” di
protesta. O giuro sul mio nome che prendiamo e vi lasciamo qui sulle montagne
completamente da soli. Sono stato chiaro?
I gemelli annuirono, borbottando qualcosa di incomprensibile.
Dopodichè, Gustav e Georg si avviarono ognuno nella propria stanza per
rassicurare una volta di più le loro ragazze sul fatto che non c’era stato
nessuno squartamento che coinvolgesse i gemelli, borbottando fra loro,
perfettamente in accordo, sulla possibilità di trovare un vero chitarrista e un
vero cantante e ricominciare da capo la storia dei Tokio Hotel.
Tom sospirò e si risollevò da terra – non senza difficoltà, visto che le
piastrelle lisce, unte e bagnate, tutto offrivano tranne che un appiglio solido
– e si diresse verso la vasca da bagno, nella quale ancora il fratello giaceva
seduto, gli occhi chiusi, cercando di strizzarsi i capelli per liberarli almeno
da una parte dell’acqua che li rendeva pesantissimi. Si fermò lì, davanti al
muretto, le mani sui fianchi, fissandolo con attenzione.
- T’è passato il momento di isteria? – domandò duramente, squadrandolo senza
pietà.
Bill si morse un labbro e lo fissò astioso.
- Ti ricordo che è stata tutta colpa tua. – borbottò.
- No, è stata colpa tua, che stamattina m’hai fatto svegliare con un piede in
bocca.
- L’ho fatto perché stanotte tu mi hai costretto a dormire senza coperta!!! –
insistette Bill, stringendo i pugni e piantandoli con forza sul fondo della
vasca, cercando di risollevarsi ma scivolando lungo il pendio bagnato delle
pareti.
Tom esalò un sospiro stremato, tendendogli una mano per aiutarlo.
Bill lo guardò. Gli occhi erano lucidi di rabbia e imbarazzo. Era lì, bagnato
fradicio e pieno di schifezze addosso, ed era dalla sera precedente che litigava
col proprio fratello come un bambino di cinque anni. Non era un’assurdità che si
vergognasse tanto da essere furente… con Tom, con sé stesso, un po’ con tutti.
Tom lo sapeva, perché anche lui si sentiva esattamente nello stesso modo.
- Avanti, fatti aiutare. – borbottò, tendendo ulteriormente la mano, - In fondo,
per tutto questo nessuno di noi due ha colpa… sono stati quei due bastardi che
ci hanno attirato qui con l’inganno, portandosi le ragazze a tradimento!
Bill sospirò pesantemente. Tom fece per chinarsi su di lui ma, in un attimo di
irritazione insostenibile, Bill scacciò la sua mano con uno schiaffo violento.
Tom si tirò indietro come si fosse scottato.
- Okay. – sputò fuori, velenoso, - Come preferisci.
Così dicendo, afferrò un asciugamano di spugna dal sostegno metallico attaccato
alla parete e lo usò per ripulirsi le mani, gettandolo poi addosso al fratello
prima di uscire dal bagno.
*
- Dio mio! – considerò
Gustav, incrociando le braccia sul petto quando li vide scendere le scale
ignorandosi a vicenda, pestando i piedi sul legno come se dovessero calpestarsi
l’uno con l’altro, - Georg, guarda: sono arrabbiati!
- Bel coraggio hanno. – borbottò il bassista, aiutando Gretchen a infilare il
corto piumino celeste, - In teoria siamo noi quelli che avrebbero tutti i
diritti di volerli morti.
Bill e Tom si limitarono a sbuffare contemporaneamente, e quando si accorsero
della simultaneità dei loro sbuffi si voltarono a guardarsi, ringhiarono e poi
tornarono ad ignorarsi, incrociando le braccia sul petto.
Gabi rise divertita.
- Sì, in effetti sarebbero perfino carini… - commentò il suo ragazzo, passandole
i guanti.
- …se non fossero del tutto ridicoli. – completò per lui Georg, sorridendo
sarcastico.
Bill borbottò ad entrambi di non rompere le palle e poi si avviò verso
l’attaccapanni, recuperando il proprio giubbotto e anche quello di Tom, che
lanciò addosso al legittimo proprietario con la stessa sprezzante violenza che
lui stesso aveva utilizzato prima per tirargli l’asciugamani.
- Grazie. – rispose Tom, caricando la parola di una tale stizza che Bill
non poté fare a meno di ringhiare ancora, sempre più infastidito.
Gustav roteò gli occhi, mentre Georg sibilava qualche altra parolaccia
esasperata e Gretchen lo riprendeva pacata, facendogli notare che non avrebbe
dovuto prendersela tanto soltanto perché i gemelli stavano litigando.
- No, no. Tu non capisci. – rimbrottò Georg, incurvando tristemente le spalle, -
Io e Gustav sappiamo bene come funzionano queste cose. Quando i gemelli si
scazzano l’uno con l’altro, niente funziona più nel verso giusto.
- Già. – annuì Gustav con una smorfia, - È come se si inceppassero gli
ingranaggi. Un disastro.
- Abituatevici. – sbottò Bill passando loro accanto e imboccando la porta per
uscire dallo chalet, - Io e quello stronzo non torneremo a parlare prima
dell’Apocalisse.
*
Gli chalet erano tutti
organizzati come edifici separati raggruppati in piccoli nuclei da tre o quattro
costruzioni, abbastanza distanti le une dalle altre perché gli inquilini non
s’infastidissero a vicenda, e facevano tutti capo a un’enorme struttura in finto
legno che sorgeva proprio in mezzo a una radura completamente ricoperta di neve
e che conteneva al suo interno la reception, le camere del personale e un enorme
ristorante. L’unico altro edificio che sorgeva sull’altopiano era una piccola
casupola, anch’essa in finto legno, che ospitava un bar diviso in due ambienti:
uno interno – ovviamente gremito di persone – e uno esterno, consistente in uno
spoglio bancone circondato da qualche sgabello incerto sui piedi – altrettanto
ovviamente deserto.
Sospirando pesantemente, il gruppetto accettò il proprio ingrato destino e prese
posto sugli sgabelli, ordinando litri e litri di cioccolata calda all’unico
scopo di riportare un po’ di calore all’interno dei loro corpi infreddoliti.
Passò poco prima che le ragazze cominciassero ad annoiarsi e a pretendere
l’aiuto dei loro aitanti fidanzati per realizzare, come dissero, “il più enorme
pupazzo di neve dell’intera storia dei pupazzi di neve”. Chiaramente, Georg e
Gustav non si lasciarono sfuggire l’occasione di afferrare Tom e Bill per le
rispettive collottole, perché li aiutassero nell’impresa. Tom si lasciò
trascinare senza far troppa resistenza, mugugnando indispettito solo per qualche
secondo. Bill, che invece aveva un modo più ostinato e persistenze d’incazzarsi,
borbottò e protestò al punto che Gustav, che lo tirava per una manica, sospirò e
lasciò perdere, lasciandolo appollaiato sullo sgabello a sorseggiare la seconda
cioccolata calda – senza che neanche la bevanda lo entusiasmasse più di tanto,
peraltro.
- Non posso credere che sia ancora così infuriato… - sospirò il batterista,
raggiungendo il gruppetto al lavoro attorno a una montagnola di neve ancora
priva di forma, - Tom, dovresti dirgli qualcosa…
- Cosa vuoi che gli dica?! – sbottò il rasta, chinandosi sulla neve per fare una
palla di media grandezza da usare come testa del pupazzo, - Che è cretino già lo
sa! – aggiunse ad alta voce, perché Bill potesse sentirlo.
Mentre prendeva la palla fra le braccia per issarla sul corpo del pupazzo, che
Gabi e Gretchen avevano modellato per farlo sembrare a propria volta sferico,
un’altra palla, più piccina, più discreta e decisamente anche più fastidiosa, lo
raggiunse alla testa, bagnandogli la fascia.
Bill s’era sollevato dallo sgabello e lo fissava, sfidandolo con gli occhi a
rispondere al fuoco.
- Brutto bastardo!!! – gridò Tom, afferrando un po’ di neve con entrambe le mani
e modellandola come una sfera, - Piantala di rompere le palle! – sbraitò,
tirandogliela addosso.
Bill fu abbastanza svelto da schivarla, ma non era preparato a schivarne una
successiva – anche perché era tanto impegnato a muoversi come un ninja che non
si accorse neanche del movimento di Tom – e la prese dritta in faccia,
disfacendo in un secondo il risultato di venti minuti di trucco.
- Vaffanculo!!! – strillò furente, chinandosi per fare un’altra palla e
tirandogliela immediatamente addosso, prendendolo in un occhio con una
precisione che non sarebbe riuscito ad ottenere neanche se l’occhio di Tom,
invece di trovarsi sulla sua faccia, si fosse trovato nel centro di un bersaglio
multicolore.
E Tom avrebbe certamente risposto alla dichiarazione di guerra del fratello, se
Georg e Gustav non si fossero presi la briga di interrompere il conflitto sul
nascere.
- Adesso piantatela! – urlarono in coro, l’uno spiaccicando un considerevole
quantitativo di neve sulla testa di Tom e l’altro lanciando addosso a Bill una
palla di neve semplicemente enorme. Solo che, mentre Tom si rassegnò a bagnarsi
fino alla radice e sottostare alla propria punizione, Bill non fece lo stesso.
Anzi, cercò di coprirsi dal colpo voltandosi… cosa che lo portò a prendere la
palla in piena schiena.
Riceverla ed accasciarsi a terra furono un unico movimento.
- Ahi!!! – ululò, massaggiando con una mano il punto dolente.
- Ossignore… - borbottò Gustav, roteando gli occhi per l’ennesima volta, quella
giornata.
- Avanti, gli servirà da lezione. – ghignò Georg, dando una gomitata al
batterista mentre le ragazze dei due li fissavano entrambi, gli occhi colmi di
stupore e disapprovazione.
La reazione meno prevedibile, però, fu quella di Tom.
- E che cazzo, Gustav! – saltò su, irritato, - Lo sai che è delicato e che gli
spuntano lividi enormi anche solo se lo tocchi un po’ più forte, dai!!! –
sbottò, affrettandosi a raggiungere il fratello ancora seduto sulla neve accanto
al proprio sgabello.
- Anche se il mio gesto servisse solo a farli riappacificare, - commentò placido
Gustav, scrollando le spalle, - non sarà stato un gesto vano!
- Seh… - sorrise ironica Gretchen, immediatamente seguita da Georg, - Adesso non
cercare di farla passare per una mossa premeditata…
Frattanto, il rasta s’era accucciato accanto al gemello e lo stava guardando da
ogni lato, come a volersi assicurare non mancasse qualche pezzo.
- Ti fa ancora male? – chiese premuroso, chinandosi su di lui.
- Certo che mi fa ancora male, - sibilò Bill, guardandolo malevolo, - tu
che credi?!
Tom annuì, come a volersi rendere conto della situazione nella sua completezza.
Poi si voltò, inginocchiandosi e tendendo indietro le braccia, spiando Bill da
sopra la spalla.
- Avanti, sali. – gli disse, - Ti porto in spalla fino allo chalet.
- …tu fai cosa? – chiese Bill, incredulo, fissandolo con gli occhi
spalancati.
Tom sospirò.
- Avanti, non fare storie! – lo incitò, avvicinandoglisi, camminando a ritroso
come un gambero.
- Ma noi… - borbottò Bill, confuso e imbarazzato, - …noi abbiamo litigato, e-
- E adesso tu ti sei fatto male. – considerò serenamente il biondo, stringendosi
nelle spalle. – E io, in qualità di fratello maggiore, devo fare in modo che tu
possa tornare a casa sano e salvo. Perciò sali.
Forse, a convincere Bill fu il dolore che provava alla base della schiena. O,
forse, l’occhiata di sincera preoccupazione che Tom gli lanciò di sottecchi,
come non volesse farsi scoprire. Sta di fatto che sorrise lievemente e si
arrampicò sulla schiena del fratello, aggrappandosi alle sue spalle mentre lui
lo afferrava saldamente sotto le ginocchia e si alzava in piedi, per riportarlo
allo chalet.
*
- Eppure lo sai che il tè
al limone non mi piace. – si lamentò Bill, scrutando con sospetto la tazza
fumante posata sul tavolo di fronte a lui.
- Te l’ho già detto… - ritorse Tom, trattenendosi a stento dallo scoppiare a
strillare come un indemoniato, - Non c’è latte. E a meno che tu non preferisca
un infuso di acqua sporca…
- Non preferisco un bel niente. – sbuffò Bill, capriccioso, allontanando la
tazza da sé con un movimento sdegnato.
- Fai come cazzo vuoi, Bill! – si arrese dunque Tom, afferrando la tazza con
entrambe le mani e rovesciandone il contenuto nel lavandino con tanta foga che
qualche schizzo bollente sfuggì al proprio letto di porcellana, scottandolo.
I due rimasero fermi nelle loro posizioni. Tom fissava ostinatamente Bill, come
aspettando una richiesta di perdono, e Bill fissava ostinatamente il vuoto, come
aspettando una resa.
Tom cedette per primo.
Sospirò profondamente e si appoggiò con entrambi i gomiti al ripiano del lavabo,
sfilando dalla testa il cappello e la fascia ancora fradici dopo la battaglia a
palle di neve e posandoli con noncuranza sul tavolo, nello stesso punto poco
prima occupato dalla tazza che Bill non aveva quasi voluto sfiorare.
- Senti, non voglio litigare con te… già dovremo passare tutte le vacanze
insieme…
- Io non ti ho ordinato niente! – replicò Bill, irritato, voltandosi di scatto a
guardarlo.
- Sì. – ammise Tom, fissandolo con serietà, - Ma, dal momento che Gustav e Georg
sono impegnati con una compagnia diversa, sarò io quello che dovrà passare il
tempo con te… - sospirò, guardando in alto come in una muta preghiera agli dei,
- …lasciando a bocca asciutta tutte le migliaia di fanciulle alpine in attesa
del loro Sex Gott!
Bill aggrottò le sopracciglia, irritato – in verità più dall’ultimo commento che
non dal resto.
- Guarda che non ho bisogno di una baby-sitter. – fece notare acidamente al
fratello, avvolgendosi meglio nella coperta che Tom gli aveva messo sulle spalle
quando s’era seduto.
- Bill!!! – lo richiamò lui, sgomento, - Dico, guarda quanto hai già rotto il
cazzo solo perché siamo venuti in montagna! O perché ti ho rubato la coperta!
Non oso immaginare cosa faresti se ti lasciassi solo… anzi, lo so: continueresti
a ripetere che sono un fratello ingrato ed egoista per tutta la durata del
prossimo tour, quindi adesso zitto e mosca e ti becchi la mia compagnia!
Bill mugugnò un dissenso vago privo di reale significato, tornando a piantare lo
sguardo nel vuoto.
- Avanti, dai… - borbottò Tom, cercando di riportare la situazione alla
normalità… perché era vero, in fondo, quello che Gustav e Georg avevano detto
prima di uscire di casa: in qualche modo, quando loro due litigavano, niente
funzionava più come avrebbe dovuto. – Adesso torno al bar e ti vado a prendere…
no, un’altra cioccolata no, poi vallo a sentire David se torniamo ricoperti di
brufoli… - considerò seriamente, arricciando le labbra in una smorfia pensosa, -
Oh, ecco! Sicuramente lì del latte ce l’avranno! Ti porto un tè! Sì! Sono un
genio! – e così dicendo si mosse velocemente verso la porta, ma Bill lo fermò,
sospirando stancamente e richiamandolo.
- Lascia perdere… - lo rassicurò, stringendosi nelle spalle, - Sto a posto così.
– concluse, accennando col capo alla coperta che aveva sulle spalle.
Tom annuì, sorridendo soddisfatto ed afferrando una sedia, che trascinò davanti
al fratello e sulla quale si sedette come in sella a un cavallo. Poggiando i
gomiti sull’estremità superiore dello schienale e il mento sugli avambracci,
fissò attentamente e silenziosamente Bill per un’enorme quantità di secondi.
- Che? – disse lui dopo un po’, stizzito da quell’osservazione spudorata.
- Niente. Pensavo che se continui ad aggrottare così le sopracciglia ti verranno
delle rughe tali che non basterà il correttore per farle sparire.
- Ma smettilaaaah!!! – sbottò il moro, ridacchiando lievemente e dandogli un
calcetto.
Tom rise assieme a lui, fingendo di lamentarsi per un inesistente dolore al
punto in cui Bill l’aveva colpito.
- Comunque… stamattina, in bagno, avevi ragione. – considerò Bill dopo qualche
secondo di silenzio.
- Riguardo a…?
- Alle persone colpevoli di tutto questo. Georg e Gustav.
Tom annuì partecipe, sbottando un’imprecazione sottovoce a “quegli stronzi”.
- Sai, dovremmo proprio fargliela pagare… - buttò lì Bill, picchiettandosi le
labbra con l’indice, con l’aria di uno che riflette seriamente su questioni del
tutto futili, - Rovinare loro la vacanza proprio come ci hanno accusato di voler
fare fin dall’inizio…
Lasciò che la frase si perdesse nel silenzio e tornò a guardare Tom. Vide che
già ghignava, gli occhi sottili come quelli di un gatto e l’aria furba che
ricordava avere accompagnato tutte le marachelle della loro infanzia.
Ghignò a propria volta, estremamente soddisfatto.
- Sai, Tomi, credo che non sarà una vacanza del tutto orrenda…
Note sconclusionate e
sudate di Ana:
Sì, lo so, abbiamo
impiegato troppo.
Ma così come io ho avuto portatile + connessione a Padova, quella a rimanere
senza connessione è stata liz XD
E tenete conto che questa dovrebbe essere soltanto la prima metà del secondo
capitolo, ma visto che già era lunghissimo, abbiamo deciso di dividerlo a metà
ergo rignraziateci, altrimenti vi trovavate ad aspettare ancora di più XD
E comunque vi siete beccate la PWP nel frattempo U.U mica pizza e fichi.
Detto ciò vi saluto e torno a farmi le pere mentali sul perché diavolo Tom
sappia che Bill, quando bacia qualcuno, chiuda gli occhi!! (e poi dicono che il
twincest è un’invenzione di internet =.=)
PS: se ci sono errori di battitura ditecelo, che non ho voglia di rileggerlo XD