VOGLIA
Il campionario di espressioni di José comprende svariate migliaia di variazioni,
alcune tanto insignificanti da risultare all’occhio umano quasi impercettibili –
come il millimetro di sorriso storto che ti fa quando rispondi ad una sua
domanda in un modo che lui ritiene scorretto - altre di gran lunga più
interessanti perché molto più ampie e plateali – il suo stupore, la sua risata
improvvisa, la rabbia furiosa che gli si concentra negli occhi e nella ruga fra
le sopracciglia quando le cose non vanno nel verso che lui aveva provato a
prestabilire prima di dare il via ad una serie di eventi piuttosto che ad
un’altra.
Nulla, comunque, è equiparabile all’espressione magnifica che mette su quando lo
sta scopando, e Zlatan è abbastanza sicuro che, anche se il suo profumo e il suo
sapore non gli fossero necessari quanto e più dell’ossigeno, passerebbe comunque
il suo tempo a scoparlo o desiderare di farlo, per il semplice fatto che
quell’espressione lì, quella particolare sfumatura che gli oscura e illumina il
viso quando lo spinge contro il materasso o una parete o qualsiasi altra
superficie disponibile, è troppo bella per potervi coscientemente rinunciare.
Gli piace scoparlo così, senza riguardi: lo assalta e non è importante che sia
un attacco frontale o più vigliacco, e preme le labbra contro le sue, o contro
tutti i centimetri di pelle disponibili. Lo fa con cattiveria, quasi con
violenza, perché vuole lasciargli addosso una traccia. Lo morde con la stessa
forza con cui lo penetra, lo bacia con la stessa passione con cui lo accarezza,
geme con la stessa intensità con la quale lui sospira e chiama il suo nome come
– no, questo José non lo fa mai, non parla, non dice niente, è già troppo se di
tanto in tanto si lascia sfuggire un ansito più sonoro degli altri.
Ma Zlatan c’è venuto a patti, il punto non è che parli, e in fondo parla già
abbastanza quando non scopano per desiderare che possa ancora aver voglia di
farlo mentre invece lo stanno facendo, il punto è quell’espressione là, sì,
proprio quella là che tende e distende tutti i suoi lineamenti a seconda della
stretta della sua mano attorno al suo cazzo, quella che lo porta a leccarsi le
labbra quando lo sente sprofondare con furia dentro di sé, quella che lo
costringe ad inarcare la schiena quando lui ruba spazio all’interno del suo
corpo com’è abituato a rubare tutto quello che gli capita sottomano – aria tempo
voglia possibilità futuro vita amore – perché ciò che Zlatan vuole è
possedere cose, possederne tante, possedere tutto, e il punto non è che ci
sia amore dietro, il punto è che ci sia la voglia.
La voglia c’è, la legge negli occhi ancora appannati di piacere di José, che si
dischiudono appena, un po’ umidi, quando sono venuti entrambi e rimangono nel
letto disfatto, fra le lenzuola ingarbugliate, con nessun desiderio di separarsi
l’uno dall’altro.
José sorride, mettendosi seduto e guardandolo, inclinando un po’ il capo.
- Sai che tutta questa cosa è malata da morire, zingaro? – chiede, sinceramente
divertito.
Zlatan ride di gusto, tirandogli una pacca a metà fra l’amichevole e
l’intenerito alla base della schiena.
- Dici? – domanda a propria volta, stiracchiandosi un po’ sul materasso. José
scuote il capo, si tira a fatica giù dal letto e comincia a rivestirsi. Zlatan
lo osserva con attenzione, vagamente compiaciuto. E nemmeno immagina quanto gli
mancherà fra meno di un anno.