WHEN YOU’RE IN LOVE// (AFFANNO)
Mario non ricorda di essersi mai sentito così prima d’ora. Neanche quando stava in Primavera e giocare era una questione di vita o di morte, e ad animare le sue gambe c’era la furia, invece della pigrizia di una storia che gli sembrava stesse andando a rotoli e che ora invece gli fa tremare il cuore e le ciglia in modi che prima di quel momento non aveva mai creduto possibili.
Quando Thiago viene espulso, si alza assieme a tutta la panchina e protesta. Cerca di ricordare un altro momento della propria esistenza in cui si sia trovato in panchina e si sia sentito moralmente costretto ad andare a protestare perché qualcuno – che non fosse se stesso, ovviamente – era stato espulso, e non ne trova. E man mano che la partita va avanti sente il cuore risalire lungo la sua gola e poi piazzarsi da qualche parte lì a metà mozzandogli il respiro, facendogli quasi temere per la sua stessa vita. Cerca di mettere in modo il cervello – nonostante l’ossigeno che scarseggia renda difficili le operazioni – e prova a ricordare un altro momento in cui si sia sentito così. Non c’è.
Quando l’arbitro fischia la fine del match, scatta in piedi e corre a perdifiato finché può, ma dopo un paio di metri all’interno del campo da gioco si accascia su se stesso, piega le ginocchia, poggia una mano per terra e con l’altra si copre gli occhi, e piange, perché il suo cuore è esploso, e in qualche modo lui dovrà riuscire a gettarne via i brandelli. 

(CALMA) //THERE IS NO WAY ON EARTH TO HIDE IT
Sono passate svariate ore quando si ritrova nel letto di casa propria con Davide al suo fianco. Si è calmato, il cuore non batte più con tanta prepotenza, da un po’ gli sembra di essere tornato a respirare più tranquillamente, anche se ogni volta che chiude gli occhi si rivede ancora in mezzo al Camp Nou piegato in due e gli si stringe lo stomaco fino a fargli male.
Lui e Davide hanno deciso di dividere il letto, una cosa cretina che in genere fanno solo quando sono terrorizzati a morte prima di qualche partita importante. Stavolta la partita importante è appena finita, ma per qualche motivo dormire soli proprio stanotte sembrava una cosa impensabile, perciò ora fissano il soffitto della stanza, l’uno accanto all’altro, e dall’emozione non riescono nemmeno a parlare.
Mario si volta all’improvviso, e sono tanto vicini che nel voltarsi il suo corpo finisce a sovrastare completamente quello di Davide, che si stringe spaventato nelle spalle mentre lui pianta un gomito al suo fianco, reggendosi sul materasso e guardandolo fisso negli occhi nonostante il buio, ad un centimetro di distanza.
- Penso di essermi innamorato. – sussurra incredulo, - È una cosa assurda. È la prima volta che mi succede. Fa un male cane. – si interrompe per qualche secondo. – A te è mai successo?
Davide gli lancia un’occhiata lunghissima e deglutisce a fatica.
- Sì. – soffia infine, mordendosi un labbro.
Mario gli sorride, tornando a stendersi al suo fianco.
- È bellissimo. – confessa, stringendogli una mano.
- Sì. – ripete ancora Davide, ricambiando la stretta. Il soffitto, per un secondo, sembra il cielo di Madrid. E poi entrambi si addormentano.