I WON'T SAY I'M IN LOVE
L’ombra lunga e filiforme di Maicol si staglia sull’erba
fangosa del giardino. È scura e netta e non somiglia nemmeno a un’ombra umana.
Giorgio resta appoggiato al muro, fissa la notte senza neanche una stella oltre
le luci abbaglianti dei riflettori che infestano ogni angolo di quella casa, e
aspetta.
Maicol, però, non parla. Muove qualche passo verso di lui, arriva abbastanza
vicino da permettere a Giorgio di sentire sulla pelle il calore che si irradia
dal suo corpo, o almeno da dargli l’illusione di poterlo fare, ma non un
centimetro di più, e così resta distante. Giorgio non lo guarda. Non riesce a
staccare gli occhi dal cielo perché quella massa scura e anonima sembra meno
spaventosa del chiarore confuso e sempre agitato degli occhi di Maicol.
- Ce ne hai messo, di tempo. – dice quindi, - Stavo cominciando a pensare che ti
servisse l’invito scritto o che so io.
Maicol sbuffa teatralmente, decidendosi a muovere quel passo in avanti che
ancora lo tiene arretrato rispetto a lui e posizionandosi al suo fianco,
affogato in quell’enorme piumino viola che teoricamente dovrebbe odiare – chissà
poi perché.
- Gli spagnoli mi hanno trattenuto. – si giustifica, - Che poi non ho ancora
capito come si chiamano, che quando parlano non si capisce un cazzo. Ma vedi te,
ma chi li vuole questi? Io rivoglio il Pit.
Giorgio ride, scuotendo il capo e spostando il peso del corpo da un piede
all’altro per sistemarsi più comodamente contro lo stipite.
- Sarebbe stato meglio se ci fossi andato tu in Spagna, eh? – chiede a mezza
voce, e Maicol fa un lungo e sonoro verso di approvazione, alzando entrambe le
braccia al cielo, prima di mettersi a sproloquiare a caso.
- Ah, senza dubbio! – asserisce sicuro, - A parte che mi sarei perso un sacco di
stronzate, cosa che sarebbe sicuramente stata meglio per me, tipo che magari
Signorini aveva meno voglia di scherzare, se stavo in un altro stato, e poi non
ti rompevo il tuo preziosissimo braccialetto regalato da Carmen, così sarebbe
stato meglio per tutti!
- La pianti con questa cazzo di storia del braccialetto di Carmen? – quasi
ringhia lui, voltandosi a guardarlo con aria risentita, - Questa tua gelosia è
completamente fuori luogo, Maicol! Lo vuoi o no capire che fra me e Carmen non
c’è niente?!
- Bene! – strilla Maicol, allontanandosi di qualche passo e continuando ad
agitarsi neanche fosse attraversato da una corrente continua di energia
elettrica, - Perché io non dico che c’è qualcosa! Io dico solo che con me c’è
ancora meno, il che evidentemente è tutto dire!
Giorgio si lascia sfuggire un lamento angosciato, passandosi una mano sugli
occhi ed appoggiandosi di schiena contro lo stipite per poter seguire i suoi
movimenti confusi per il giardino.
- Sai che sei furbo? – considera, osservandolo attentamente, - Tu stai cercando
di farmi dire una cosa non vera, e cioè che di te non mi sbatte una sega,
soltanto perché vuoi evitare di ammettere tu una cosa vera, e cioè che ti
piaccio.
Maicol si ferma all’improvviso e si volta verso di lui con una lentezza
innaturale, fissandolo con aria scettica.
- Ma sei scemo? – balbetta, - Tu non-
- Io non un cazzo. – lo interrompe ancora Giorgio, allontanandosi dalla
portafinestra ed avvicinandosi a lui, per poi afferrarlo rudemente per un polso
e trascinarlo verso la parete più distante dalla casa, sperando di beccare un
angolo cieco rispetto alle telecamere, sempre che qualcosa del genere esista in
quel posto. – Per una volta, invece di parlare di cosa provo io per te o cercare
di capire cosa provo io per te, parliamo di cosa provi tu per me. – lo
fissa dritto negli occhi, spingendolo contro il muro. Può leggere nel tremito
brevissimo delle sue labbra il fastidio che prova per i mattoni umidi che gli
sfiorano la nuca e gli bagnano le punte dei capelli piastrati di fresco. –
Dimmelo.
Maicol si tira indietro, sottraendosi alla sua stretta. La sua espressione è
disgustata, quasi inorridita, indubbiamente ferita. Giorgio si morde un labbro
ma ha l’impressione che se cedesse adesso lo perderebbe per sempre, e davvero
non è sicuro di essere pronto ad una cosa simile, per quanto assurdo e idiota
possa essere, perciò regge il suo sguardo senza un tremito di più.
- Se lo sai già così bene, - replica Maicol, tagliente, - allora io non ho
proprio un bel niente da dirti.
- No. – insiste lui, poggiandogli una mano sulla spalla e stupendosi di quanto
sembri fragile sotto la sua pressione quasi violenta, per la prima volta da
quando lo conosce, mentre lo spinge più decisamente contro il muro. – No, voglio
sentirmelo dire da te.
- Perché?! – strilla ancora Maicol, piantandogli due pugni contro il petto e
spingendo con forza per qualche secondo, prima di cedere ed abbandonargli
addosso le braccia, - Perché, per poi rispondermi finalmente che per te non è lo
stesso? E non avere più niente che ti freni dal dirmi che non ti piaccio? Per
questo? Okay, Ronchini, mi piaci, cazzo, mi piaci tantissimo, e ora?
Non c’è un ragionamento sensato, dietro al suo movimento verso Maicol. Le loro
labbra si sfiorano appena, umide e incerte, solo per una frazione di secondo.
Poi, Giorgio si allontana, sopraffatto dall’enormità di ciò che ha appena fatto
e ammesso. Maicol lo fissa, gli occhi enormi di paura e stupore e tristezza.
- Ma sei uno stronzo! – gli urla addosso, spintonandolo malamente, - Cristo,
Giorgio, sei una merda! Affogati davvero, cazzo, ti odio! – urla, continuando a
tempestargli il petto di pugni. – Cosa cazzo era questo?! Cosa cazzo vuoi da
me?!
Giorgio gli lascia scivolare le mani lungo le braccia, mollando la presa sulle
spalle e stringendola attorno ai suoi polsi. La pressione del suoi polpastrelli
è dolce, appena accennata, e Maicol non oppone resistenza quando Giorgio lo
costringe ad abbassare le braccia per azzerare quei centimetri che ancora
separano i loro corpi, stringendolo in un abbraccio caldo e rassicurante.
Abbandona il capo sulla sua spalla perché questa è una cosa cui è abituato – il
suo profumo, la sue carezze dolci e morbide sulle spalle e sulla nuca – questa è
una cosa per la quale non deve per forza chiedere spiegazioni. Solleva le
braccia, allacciandogliele attorno alla vita, e Giorgio respira piano fra i suoi
capelli che gli solleticano la punta del naso, gli occhi chiusi, perso alla
ricerca di qualcosa che non è sicuro di voler trovare.
- Mi piaci anche tu. – dice in un filo di voce, vicinissimo al suo orecchio, il
respiro che gli accarezza il collo in un brivido che si arrotola su se stesso,
salendo e scendendo lungo la sua spina dorsale fino a togliergli le forze. –
Forse aspettavo di sentirtelo dire per trovare il coraggio di risponderti sì.
Maicol trattiene il respiro così a lungo che per un breve, terrificante istante
Giorgio sospetta di averlo fatto fuori in un colpo, e quasi si arrabbia, perché
fra i numerosi diritti che ha regalato a Maicol nel corso di quei lunghissimi ed
estenuanti due mesi, di sicuro non figura il diritto di tirare le cuoia dopo
averlo costretto a confessare cose in favore di telecamera – ora che si
accorge dell’apparecchietto che li spia da sopra le loro teste – e a due
millimetri da un fottuto microfono.
- Ronchini, se mi stai dicendo stronzate, - esplode quindi Maicol, tirandosi
indietro abbastanza da guardarlo negli occhi, - giuro che ti do fuoco, sai?,
altroché! – minaccia con aria isterica, e Giorgio non può fare a meno di ridere
e tirarselo contro, stringendolo con forza alle spalle e mugolando divertito.
- Ah, Maicol, Maicol… - lo prende in giro, - Ma magari ti stessi dicendo
stronzate… - si allontana un po’ e poggia la fronte contro la sua, cercando i
suoi occhi vagamente umidi. – Almeno non sarei nei casini come sono.
Maicol abbassa lo sguardo per qualche secondo, pensieroso.
- Tanto non ce le hai mica le palle di ripeterlo di fronte alla tua ragazza. –
biascica aggrottando le sopracciglia, e Giorgio rotea gli occhi.
- No, ti pare? L’ho appena detto di fronte a chissà quanti italiani compresa
probabilmente Giulia, ma no, di sicuro non avrei le palle di ripeterlo di fronte
a lei soltanto, figurati. Sarei idiota anche solo a credermi tanto coraggioso. –
borbotta offeso. Maicol ride, e Giorgio si accorge che la sua risata, quando non
è sguaiata o venata di cattiveria, quando è così piccola e sentita, è
bellissima. Anche se forse dire che se ne accorge è improprio, forse l’ha sempre
saputo, solo che non ha mai capito in che modo.
- Quindi adesso… - sussurra Maicol, tornando a guardarlo e sporgendosi appena
verso di lui, - Tipo se mi avvicino e provo a darti un bacio, tu non mi dai un
ceffone che mi schianta nella piscina dentro da qui fuori, mh? – chiede, un po’
spaventato, anche se Giorgio è abbastanza convinto che non sia spaventato tanto
da lui o da una sua possibile reazione, quanto più dalla situazione in sé.
- Cazzo, Maicol, ma che problema hai? – sbuffa, stringendolo un po’ più forte, -
Ti ho appena detto che mi piaci, dico io, cazzo, sporgiti e baciami, no?
Iniziativa!
- Ronchini, non fare lo splendido! – gracchia Maicol, tirandogli un ceffone
dietro la nuca e fissandolo con evidente sgomento. Giorgio ride ed è lui il
primo a sporgersi in avanti e baciarlo, dato che è convinto che come consiglio
nei confronti di Maicol non fosse niente male, per cui non vede per quale motivo
non dovrebbe seguirlo lui stesso in prima persona.
Le labbra di Maicol sono salate e, per la prima volta da quando la routine ormai
dolorosamente ovvia dell’eliminazione si è conclusa, Giorgio realizza che quando
Alessia ha detto che non sarebbe uscito Maicol ha pianto. Di gioia. Per lui.
Braccialetto del cazzo o meno.
Quando si separano l’uno dall’altro, Maicol ha stampato in viso un sorrisetto
soddisfatto che non manca di terrorizzarlo.
- Questo perché…? – chiede, accennando col capo alla piega delle sue labbra.
Maicol ridacchia, coprendosi la bocca con una mano, e poi lo fissa furbo.
- Adesso non potrai proprio più dire che ti sto troppo addosso. – risponde, -
Adesso, starti addosso è un mio diritto.
Giorgio sospira e rotea gli occhi, annotando mentalmente questo nuovo diritto
alla lunghissima lista mentale dei diritti che Maicol già possiede, e sorride un
po’ nell’accorgersi del fatto che questo era proprio l’ultimo che gli mancava,
prima di poter dire di esserseli presi tutti.